Campa giù: storia alcolica di Turin

di Davide Tessitore

All’estremo nord dell’Italia, in una piana alle pendici delle Alpi, sonnecchia l’antica città di Augusta  Taurinorum. Essa è chiamata con il suo nome latino non per spocchia, ma perché il nome locale viene spesso confuso con quello di Tooreen, ridente cittadina dell’ovest dell’Irlanda.

Augusta Taurinorum ha una storia antica e molto ricca: da anonima città del Ducato di Savoia ne divenne presto insediamento di punta quando illa nobilissima dinastia la scelse come propria capitale a scapito di Chambéry. Chi parla di posizione strategica e interessi commerciali evidentemente non ricorda la tragica vendemmia del 1563, che nella città francese fu così scarsa da convincere i regnanti sabaudi a spostarsi sul lato più generoso delle Alpi. La sua fama e la sua ricchezza crebbero esponenzialmente, tanto che per un breve periodo divenne addirittura capitale del neonato Regno d’Italia. La palla passò presto a Roma perché, come tutti i giocatori di Total War sanno, una capitale decentrata ha costi altissimi e i Savoia avevano dimenticato come si inseriva il trucco dei soldi.

Nel secondo dopoguerra il boom economico la rese capitale industriale d’Italia: la ben nota casa automobilistica Fiat (dall’antico termine finno-piemontese che indicava il fare i soldi) circondò la città di fabbriche, cambiandone radicalmente la vita. Furono anni grigi: i nuovi ritmi di lavoro spinsero tanto i Taurini quanto i popoli del Sud giunti in cerca di lavoro a sopperire alla mancanza di svago nell’unico modo che da sempre conoscevano: bevendo. Con l’alzarsi del fatturato Fiat si alzava anche quello delle numerose piole, tabernae e bar presenti in città, tanto che non era infrequente usare “tempo di un bicchiere” come unità di tempo generica. Nonostante l’alcolismo rampante, molti sostenevano di stare semplicemente seguendo i consigli del saggio Otredi Vin, medico personale di Vittorio Emanuele II, che era solito ricordare: “l’aqua a fa veni la ruso e a fa marsé i pal-i”. Del resto fu proprio in questo periodo che i due fiumi della città, il Po e la Dora, assunsero tonalità di colore variabili tra il verde smeraldo e l’amaranto.

L’amore per l’alcool raggiunse il suo culmine sul finire del secolo, quando della Fiat e del boom economico non rimanevano che detriti e un vago odore di zolfo – quest’ultimo ingiustamente attribuito al Diavolo, la cui residenza invernale si trova sotto Piazza Statuto. Fu questo il periodo d’oro dei Murazzi, le arcate lungo il Po nei pressi della centrale Piazza Vittorio Veneto. Abbandonati come attracchi per la navigazione fluviale, vennero recuperati alla fine degli anni Settanta come luogo in cui indirizzare ubriaconi, artisti e presunti tali. Dopo vent’anni di attività la situazione era ormai degenerata. Da tranquillo lungofiume di giorno, di notte i Murazzi si tramutavano in luogo di perdizione, dove venivano a mancare le leggi dell’uomo, di Dio e finanche della fisica: alcool a fiumi, droga lanciata con la fionda, traffico di armi prostitute e lupi mannari, varchi verso un’altra dimensione e comizi di democristiani nostalgici. Persino le forze dell’ordine incaricate di sorvegliare la zona non osavano infilarsi in quella Sodoma, preferendo limitarsi a monitorare la situazione dall’alto della piazza. Ai Murazzi succedeva tutto e il contrario di tutto.

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Una normale serata ai Murazzi. Artista ignoto, ca. 2009.

Almeno fino a quando il Comune non fece chiudere tutto. Fu un tristo giorno quello di cinque anni fa, quando, con un tempismo eccezionale, i Murazzi vennero dichiarati abusivi e a rischio inondazione. Ma la sete dei Taurini era inesauribile e giovani, meno giovani e giovani dentro ripararono velocemente nella vicina Vanchiglia, rinomato borgo di gilde e mercanti, e nella più decentrata San Salvario, fino a pochi anni prima rifugio di tagliagole, immiNgrati e contrabbandieri di acciughe al verde e in seguito riqualificato come quartiere alla moda con l’apertura di mille localini nelle sue strette vie. Se le autorità avevano pensato di arginare in questo modo il problema della movida, la conseguenza fu l’esatto opposto. Non si trattò di un esodo ma di una vera e propria guerra di conquista, combattuta locale per locale a colpi di birra da lancio, al termine della quale i due quartieri si erano di fatto resi indipendenti dall’amministrazione comunale. Nel disinteresse generale dello Stato e delle Nazioni Unite, i facinorosi e gli alcolizzati innalzarono le proprie bandiere e si dichiararono autonomi con il nome di Libera Repubblica di Vanchiglia e di Emirato Indipendente di San Salvario.

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L’Assemblea d’Oriente dichiara l’indipendenza di San Salvario. Artista ignoto, 2012.

Attualmente i quartieri, preclusi alle forze dell’ordine, sono aperti a chiunque si dichiari assetato. Il rifornimento di bevande alcoliche è assicurato dai numerosi cunicoli che si snodano al di sotto della città e attraverso i quali si muovono contrabbandieri di ogni etnia e nazionalità. Vani i tentativi del Sindaco di bloccarne i traffici con la creazione di corpi speciali: in Comune si racconta ancora, con un misto di vergogna e divertimento, di quando la famigerata Legio VI Ferrata incappò in una partita di Punt e Mes e, anziché inseguire i malviventi, procedette ad analizzarne il contenuto, per poi tornare in superficie millantando di aver trovato le famose Grotte Alchemiche della Augusta sotterranea. Di quel che accadde alla Legio III Cyrenaica invece nessuno ne parla: penetrata con difficoltà a San Salvario, se ne persero le tracce nel suq di Piazza Madama Cristina. C’è chi giura di averne visto i membri ormai stabilitisi nel quartiere, vestiti dei tradizionali abiti lunghi e costantemente attaccati a una bottiglia di Shiraz.

Saldi e orgogliosi della propria indipendenza, i due quartieri resistono ancora e sempre all’oppressore, pronti ad offrire assistenza alcolica a buon mercato ai sempre più assetati abitanti di Augusta Taurinorum.

 

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