Estado Novo, falsa immagine – di Elisa Tarò

Di Elisa Tarò

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, l’Europa si ritrovò catapultata in una dimensione di profondi cambiamenti e contraddizioni. Il quadro era complesso e colmo di tensioni e la crisi colpì tutto il vecchio continente; ma il vento del cambiamento, nel bene e nel male, investì tutti. Tutti, con poche eccezioni. Tra queste, il Portogallo di Salazar.
Il regime autoritario dell’Estado Novo si instaurò nel 1933 e sopravvisse fino al 1974, anche dopo la morte del suo fondatore. Come le coetanee dittature in Italia e in Germania, l’ideologia salazarista era basata su un forte nazionalismo, sull’agricoltura come base fondante dell’economia e sulla triade di valori Dio-Patria-Famiglia. Quello che attraversò gran parte della seconda metà del XX secolo fu, quindi, un Paese cristallizzato nel tempo: l’Estado Novo edificò un concetto di identità nazionale fortemente ancorato al passato, passato che doveva divenire l’unico presente soppiantando l’evidenza dei fatti reali che il regime voleva occultare.

19142338_10213917544839031_706981156_nIl gioiello più splendente dell’Estado Novo era l’immenso Impero Coloniale, frutto dell’epoca delle grandi  espansioni  portoghesi ( XV e XVI secolo)e il primo ad espandersi a livello mondiale. Il regime modellò l’identità portoghese basandola su un  forte senso di appartenenza a questo enorme Impero: “Il Portogallo non è un Paese piccolo”. Poco importava che le colonie si stessero ribellando sempre più: l’Impero non doveva crollare. Angola, Mozambico e Guinea Bissou furono i tre fronti nei quali si combatté questa guerra infinita.

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Risposta dell’Angola alla locandina colonialista.

19198223_10213917542598975_691926508_nL’Estado Novo imponeva pertanto un’immagine falsa e decisamente anacronistica del paese, profondamente idealizzata e distante dalla realtà vissuta quotidianamente dal popolo portoghese. Affinché si conservasse intatto questo quadro idilliaco, lo Stato reprimeva qualsiasi tentativo di opposizione mediante la PIDE (la polizia segreta) e,  con un largo uso della censura, metteva a tacere qualsiasi voce discordante dal gregge. Nulla veniva pubblicato senza che la censura avesse prima effettuato un controllo e un’eventuale operazione chirurgica di tagli e cuciture: intere frasi dilaniate, cancellate e riscritte. I testi che infine vedevano la luce del sole erano testi innocui e senza una vena di critica nei confronti della Nazione Portoghese e dei suoi dirigenti. E non erano solo le parole degli scrittori e degli oppositori al regime ad essere violate: anche in situazioni quotidiane, come nella corrispondenza privata dei portoghesi, la censura interveniva con le sue operazioni di taglio e cucito, distruggendo l’intimità e la possibilità di condividere punti di vista differenti da quelli inculcati. Davanti a questa violazione del proprio spazio privato non restava che pregare il corriere che, per favore, non “uccidesse” le lettere e che non troncasse quelle parole che appartenevano a chi le aveva scritte e non alla censura:

SONETO AO SENHOR CORREIO

Senhor Correio, Senhor Dom Correio,
Senhor Correio, Senhor Dom Correio,
não abra as minhas cartas porque é feio
e tudo o que for feio falta à decência.

Eu leio as suas cartas? Não, não leio.
Se suas cartas lesse era demência.
Senhor Correio, veja se há um meio
de ter um pouco menos de inclemência.

Porque enfim o que escrevo a mim o devo,
Senhor Correio, é meu tudo o que escrevo,
e a tinta expressando as minhas falas.

É qualquer coisa mais que intimidade.
Senhor Correio, sabe que é verdade,
violar minhas cartas é matá-las.

(Sidónio Muralha, “Poemas de Abril”, 1974).

 

SONETTO AL SIGNOR CORRIERE

Signor Corriere, don Signor Corriere,
per favore, per favore, Sua Eccellenza,
non apra le mie lettere perchè è orribile
e tutto ciò che è orribile manca di [decenza.

Io leggo le sue lettere? No, non le leggo.
Se le avessi lette sarebbe una follia.
Signor Corriere, guardi se c’è un modo
per avere un po’ meno di inclemenza.

Perché alla fine quello che scrivo lo devo a me,
Signor Corriere, è mio tutto quello che scrivo,
e l’inchiostro esprime le mie parole.

È un qualche cosa di più che l’intimità.
Signor Corriere, lo sa che è la verità,
violare le mie lettere significa ucciderle

(Traduzione mia – E. T.)

19198460_10213917536398820_541998792_nQuesto potere castratore dello Stato portò in breve alla nascita di un’opposizione, che indipendentemente dallo stile e dalla corrente letteraria di appartenenza si manifestò negli scritti dei più svariati autori. Naturalmente per scampare ai tentacoli della censura era necessario velare il contenuto sovversivo rendendolo innocuo all’apparenza. Gli autori ricorsero quindi ai più disparati artifici poetici per riuscire a veicolare la loro rivolta contro l’immagine officiale del Paese. In particolar modo la poesia, più che la prosa, permetteva di velare i reali contenuti; grazie all’uso di simboli e di metafore dal potere evocativo, l’autore celava concetti e immagini profondamente divergenti da quelli diffusi dallo Estado Novo, dando luogo ad una forte ribellione contro quell’immagine di portogallo bidimensionale e prigioniera di se stessa. È compito del lettore (passato e odierno) decodificare la critica nei confronti del regime.

Manuel Alegre, in “Como Ulisses te busco e desespero” (Come Ulisse ti cerco e mi dispero), approfittò del mito di Ulisse per parlare della ricerca di una patria perduta e inaccessibile, il suo Portogallo:

Como Ulisses te busco e desespero
como Ulisses confio e desconfio
e como para o mar se vai um rio
para ti vou. Só não me canta Homero.

Mas como Ulisses passo mil perigos
escuto a sereia e a custo me sustenho
e embora tenha tudo nada tenho
que em te não vendo tudo são castigos.

Só não me canta Homero. Mas como Ulisses
vou com meu canto como um barco
ouvindo o teu chamar ‑ Pátria Sereia
Penélope que não te rendes – tu

que esperas a tecer um tempo ideia
que de novo teu povo empunhe o arco
como Ulisses por ti nesta odisseia.

(Manuel Alegre, “O Canto e As Armas”, 1968).

Come Ulisse ti cerco e mi dispero
come Ulisse confido e diffido
e come verso il mare và un fiume
verso di te io vengo. Solo che non mi canta Omero.

Ma come Ulisse supero mille pericoli
ascolto la sirena e a forza mi trattengo
e sebbene abbia tutto nulla io possiedo
poiché in te non avendo tutto sono pene.

Solo che non mi canta Omero. Ma come Ulisse
vado con il mio canto come una barca
sentendo il tuo richiamo- Patria Sirena
Penelope che non ti arrendi- tu

che aspetti mentre tessi un tempo l’Idea
che di nuovo il tuo popolo impugni l’arco
come Ulisse per te in questa odissea.

(Traduzione mia – E. T.)

Nella poesia “Ser ou não ser” (Essere o non essere) Manuel Alegre ricorre invece alla tragedia Shackespeariana de l’Amleto per poter finalmente sfogare la propria ira repressa nei confronti di un potere totalitario e oppressivo, indirizzandola apparentemente contro il regno della Danimarca:

SER OU NÃO SER

«Qualquer coisa está podre no Reino da Dinamarca» Shakespeare (Hamlet)

Qualquer coisa está podre no Reino da Dinamarca.
Se os novos partem e ficam só os velhos
e se do sangue as mãos trazem a marca
se os fantasmas regressam e há homens de joelhos
qualquer coisa está podre no Reino da Dinamarca.

Apodreceu o sol dentro de nós
apodreceu o vento em nossos braços.
Porque há sombras na sombra dos teus passos
há silêncios de morte em cada voz.

Ofélia-Pátria jaz branca de amor.
Entre salgueiros passa flutuando.
E anda Hamlet em nós por ela perguntando
entre ser e não ser firmeza indecisão.

Até quando? Até quando?

Já de esperar se desespera. E o tempo foge
e mais do que a esperança leva o puro ardor.
Porque um só tempo é o nosso. E o tempo é hoje.
Ah se não ser é submissão ser é revolta.
Se a Dinamarca é para nós uma prisão
e Elsenor se tornou a capital da dor
ser é roubar à dor as próprias armas
e com elas vencer estes fantasmas
que andam à solta em Elsenor.

(Manuel Alegre, 1967)

 

ESSERE O NON ESSERE

«C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca» Shakespeare (Hamlet)

C’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca.
Se i giovani partono e rimangono solo i vecchi
e se del sangue le mani portano la traccia
se i fantasmi ritornano e ci sono uomini in ginocchio
c’è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca.

É marcito il sole dentro di noi
è marcito il vento tra le nostre braccia
Poiché ci sono ombre nell’ombra dei tuoi passi
ci sono silenzi di morte in ciascuno di voi

Ofelia-Patria giace bianca di amore.
Tra i salici passa fluttuando
E Amleto a noi di lei và chiedendo
tra l’essere e il non essere fermezza e indecisione

Fino a quando? Fino a quando?

Già ad aspettare ci si dispera.  E il tempo fugge
e più che la speranza porta il puro ardore
Perché un solo tempo è il nostro. E il tempo è oggi.
Ah se non essere è sottomissione essere è rivolta.
Se la Danimarca è per noi una prigione
e Elsenor è divenuta la capitale del dolore
essere è rubare al dolore le proprie armi
e con esse vincere questi fantasmi
che liberi vanno per Elsenor.

(Traduzione mia – E. T.)

In “As palavras”  l’autore affrontò invece il tema dell’impossibilità di espressione, questa volta in maniera forse più diretta, senza l’utilizzo di particolari metafore:

AS PALAVRAS

Palavras tantas vezes perseguidas
palavras tantas vezes violadas
que não sabem cantar ajoelhadas
que não se rendem mesmo se feridas.
Palavras tantas vezes proibidas
e no entanto as únicas espadas
que ferem sempre mesmo se quebradas
vencedoras ainda que vencidas.
Palavras por quem eu já fui cativo
na língua de Camões vos querem escravas
palavras com que canto e onde estou vivo.
Mas se tudo nos levam isto nos resta:
estamos de pé dentro de vós palavras.
Nem outra glória há maior do que esta.

(Manuel Alegre, O Canto e As Armas, 1968)

LE PAROLE

Parole tante volte perseguitare
parole tante volte violate
che non sanno cantare inginocchiate
che non si arrendono anche se ferite.
Parole tante volte proibite
e nel frattempo le uniche spade
che feriscono anche se spezzate
vincitrici anche se vinte.
Parole per le quali già fui fatto prigioniero
nella lingua di Camoes vi vogliono schiave
Parole con le quali canto e dove sono vivo
Ma se tutto ci tolgono questo ci resta:
Siamo con i piedi dentro alle vostre parole.
Non vi è gloria maggiore di questa.

(Traduzione mia – E. T.)

La poetessa Sophia de Mello Breyner Andresen utilizzò la tematica religiosa per alludere alle situazioni di oppressione e ingiustizia che proliferavano in quegli anni, strutturando la poesia come una preghiera:

A PAZ SEM VENCEDOR E SEM VENCIDOS

Dai-nos Senhor a paz que vos pedimos
A paz sem vencedor e sem vencidos
Que o tempo que nos deste seja um novo
Recomeço de esperança e de justiça.
Dai-nos Senhor a paz que vos pedimos

A paz sem vencedor e sem vencidos

Erguei o nosso ser à transparência
Para podermos ter melhor a vida
Para entendermos vosso mandamento
Para que venha a nós o vosso reino
Dai-nos Senhor a paz que vos pedimos

A paz sem vencedor e sem vencidos

Fazei Senhor que a paz seja de todos
Dai-nos a paz que nasce da verdade
Dai-nos a paz que nasce da justiça
Dai-nos a paz chamada liberdade
Dai-nos Senhor a paz que vos pedimos

A paz sem vencedor e sem vencidos

(Sophia de Mello Breyner Andresen, “Em memória”, 1972, in “Dual”)

LA PACE SENZA VINCITORE E SENZA VINTI

Dacci Signore la pace che noi ti chiediamo
La pace senza vincitore e senza vinti
Che il nostro tempo sia un nuovo
Inizio di speranza e di giustizia.
Dacci Signore la pace che ti chiediamo

La pace senza vinvitore e senza vinti

Ho eretto il nostro essere alla trasparenza
Per poter vivere una una miglior vita
Per poter comprendere il tuo comandamento
Perché venga a noi il tuo regno
Dacci Signore la pace che ti chiediamo

La pace senza vincitore e senza vinti

Fai Signore che la pace sia di tutti
Dacci la pace che nasce dalla verità
Dacci la pace che nasce dalla giustizia
Dacci la pace chiamata libertà
Dacci Signore la pace che ti chiediamo

La pace senza vincitore e senza vinti

(Traduzione mia – E. T.)

19184010_10213917514958284_161289651_nIn un modo o nell’altro questi autori e tanti altri riuscirono a non soccombere al potere uniformante e castratore del regime; si adoperarono per distruggere, con la loro poesia, l’immagine  del Portogallo che lo Estado Novo tanto abilmente aveva edificato e costretto a venerare:
«Pochi, molto pochi furono i poeti che si mantennero alieni agli anni di ferro e all’abilità della dittatura salazarista.  In modo più esplicito o più diretto, più personale o più pubblico, con parole di indignazione, di denuncia[…], rari furono coloro che non alzarono un piccolo o grande incendio nei propri libri, in una poesia o in un’altra, o in un solo verso che fosse.»
(José Fanha in apresentação De Palavra Em Punho – Antologia Poética da Resistência. De Fernando Pessoa ao 25 de Abril. Porto, Campo das Letras, 2004).

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