Nel posto più pieno che io abbia mai conosciuto

Claude Monet aveva un bel giardino e ci passava parecchio tempo. Dipingeva di continuo, ossessionato dai colori. Nell’ultimo periodo aveva pure la cataratta, malattia agli occhi che può sembrare il colmo per un pittore.

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Monet in tutta la sua tenerezza

Le ninfee del suo giardino a Giverny le ritrasse in 250 tele. Non si stancava mai, Monet. A dirla tutta, non dormiva. Voleva anche bene ai suoi concittadini, e per la fine della Prima Guerra Mondiale decise di regalare dodici tele da quattro metri l’una allo stato francese. Queste enormi tele vennero sistemate nelle sale ovali dell’Orangerie, vera e propria Aranciera del parco delle Tuileries. Queste tele sono ancora lì, in attesa ogni giorno della massa, che le fotografa come se non fossero mai state fotografate.

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Grazie a Ilinca per avere avuto la pazienza di aspettare che passassero i giapponesi

Sono stata cinque volte a Parigi, e non le avevamo mai viste, le ninfee. Una mia cara amica mi ci ha portato. Probabilmente sono rimasta lì. Questo è quello che ho scritto davanti al colore di Monet. Non sono poetessa, è solo il flusso di coscienza di una persona sensibile ai colori alla quale basta poco per commuoversi:


 È come il panico. Il cuore batte più forte ma non sono davvero triste, né davvero felice.

«Se tutto il mondo fosse così»

Se tutto il mondo fosse una ninfea, un lago, un quadro, una sala piena di gente, un viola, un azzurro, un verde, un blu.

Se tutto il mondo fosse come chi guarda e tace dinnanzi alla bellezza, come se tutto il mondo avesse la potenzialità di essere solo bellezza e non dolore, bruttura, mai e niente, solo arte.

Kunst, kunst, kunst, kunst.

Come se il viola potesse migliorarci

Come se un simbolo

Un fiore

Potessero bastare

Come se tutto fosse solo il riflesso blu cangiante del lago e non ci fosse mai dolore ma solo una lenta passeggiata intorno al lago

Anche se lo vedi da dentro, con gli occhi di un artista e non i tuoi

Perché i tuoi occhi non bastano

È l’espressione di sé e quell’albero che taglia, che delimita

È come il vuoto di Rothko

È come il pieno di tutto

È Horror Vacui!

È tutto colore, il mondo. Non è che colore.

E non esistendo, scompare, come le ninfee di Monet, che sono tonde come la ‘’O’’ del suo nome, e da lontano sono qualcosa, come le cose del mondo, ma da vicino non sono che Noi.

Io ci entro, entro nell’albero, entro nel quadro ed entro in me.

Non bisognerebbe mai uscire.

Il viola!

Alcuni guardano e non vedono, altri vedono e non guardano.

Bisogna entrare e starci.

Resistere per non uscire.

Rimanere nel viola, nel verde, nuotarci.

L’albero è uno spiraglio

È il vuoto che ci porta

Nel posto più pieno che io abbia mai conosciuto.

Dovremmo amarci come si amano i colori di questa tela!

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Ecco gli alberi attraverso i quali sono entrata
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