Senza titolo

di Giancarlo T. Marangoni

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Ho chiesto un cappello e mi hanno dato una penna.
Ho chiesto un panino e mi hanno dato un foglio.
Ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto: “Scrivi”
E allora iniziai:

Un giorno passeggiavo sulle rive del mio fiume in compagnia di un’ombra che cresceva sempre più. Una palla infuocata all’orizzonte mesto dei pensieri tingeva lo sfondo d’un arancio color della primavera. Degli alberi timidi e solitari sfidavano le pendici del monte, i ciottoli bagnati e scivolosi si susseguivano a radure nell’acqua fresca, ghiacciata. La neve che non si era ancora sciolta biancheggiava qua e là sulle vette più alte; delle pennellate violente d’un blando venticello si insinuavano fra le foglie secche.
L’acqua era gelida. Ora che mi ci ero immerso, sempre più. Mi congelava tutto il corpo nonostante avessi solo un piede dentro. L’erba sbarazzina era sparsa a manciate distratte in quel deserto di roccia.
Quel sole così freddo mi ricordava di quando non ero ancora io, vivo. Di quando solcavo con la mia barca a remi quel mare sempre in tempesta. L’acqua era nei vestiti fradici, appiccicati alla pelle. Corrosivi e pungenti fin dentro le ossa.
Ora ero.
Finalmente naufragato alle mie certezze, e loro con me; andavamo giù d’un passo poco più lento di quello della luce. L’acqua era alle ginocchia. Nella mente, il mio primo bacio.
Ero in prima liceo. Io e la mia compagna di banco. Un qualcosa di un’innocenza pura. Non riuscivo, non volevo staccarmi dalle sue labbra, dalla sua lingua morbida e vellutata. Le mie mani le accarezzavano i capelli, piano. Penso che quella fu la mia prima volta: un subbuglio di emozioni mi fluiva dentro. Fuori: il silenzio.
Il gelo era alla vita.
Stavo dimenticando tutte le emozioni vissute. Le paure, i dubbi di speranza.
Le pietre erano come pensieri: corpi frastagliati nel letto di qualcun altro, affogati dallo scorrere impetuoso del tempo.
E mentre anche il petto si tuffava in quel gelido mondo venivano a galla tutti i momenti che mi avevano portato là, oggi. Gli affanni. Quel fiato che non arrivava più, in una corsa persa sin dallo sparo d’inizio.
Ora lo sparo lo rivolgevo a tutto ciò che ero stato, a quel cadavere che aveva contenuto lacrime mie per tutto quel tempo. Il sole aveva ormai scavalcato i monti e non lo avrei rivisto più.
Era la testa, ora, che s’immergeva come fosse d’un palombaro, alla scoperta d’un nuovo mondo, di terre inesplorate, di cieli mai solcati.
La luce diventava fioca mano a mano che toccavo il fondo con i talloni.
Sopra di me, l’aria che mi era pesata in tutti questi anni. E io là la lasciavo, sostituendo al suo fradicio gravame quello dell’acqua che mi aveva ospitato tempo fa.
Ora stavo toccando il fondo per davvero, senza eufemismi.
L’acqua iniziava a entrarmi dentro: ora davvero ovunque.
E ora pensavo, forse per la prima volta.
Mi tornavano in mente le cose insignificanti: una caduta dalla bicicletta e il sangue sulle ginocchia, una corsa dietro a un treno e il sangue dal naso. E poi, d’un tratto, mi ricordai dei suoi occhi.
Erano anni che non li vedevo più. Anni interi in cui pensavo d’esser cieco senza l’ombra di un suo sorriso. Le gote sue d’un rubino rubato alle rose. Il suo naso, pennellata di gioia sopra a dense labbra. Trame d’incanto, i suoi capelli disordinati sulle spalle ordinate da un disegno divino. Il suo seno, cuscino su cui avevo sempre sognato di abbandonare i miei desideri. E mai ero riuscito a godere d’un suo sussurro all’orecchio: “t’amo”.
E allora ora ero là. Affogato dai rimpianti. Annebbiato dalla morte e dalla vita, insieme.
Cercavo di muovermi ma il corpo non era più mio. Le mani divorate da un gigante buio. I piedi, chissà.
Era rimasta solo l’acqua a cullare quello che rimaneva di me: quell’unico pensiero che mi pervadeva.
Quegli occhi.
Quel pensiero, ora, accarezzava ogni pietra del fiume. Permeava del mio amore ogni elemento su cui scivolava.

E un giorno, arriverà anche al mare.

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Illustrazioni di Ilinca Francisca Cojan

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