SQUAT NEL TRASH RUSSO DALLA FINE DELL’URSS AI GIORNI NOSTRI

Di Martina Manzone

Riprendiamo a trattare di musica e di trash là dove Elisa Tarò ci aveva lasciati con il suo articolo del 13 aprile e addentriamoci meglio nella cultura del trash russo.

Che cosa vi viene in mente al sentir parlare di trash russo? Tute Adidas e squat nelle periferie post-sovietiche? Trattori, stelle rosse e il caproarmato dello zio Boris? Magnati in completo bianco con macchine dai vetri oscurati e sventolone impellicciate?
Oggi scrivo questo articolo per sfatare alcuni miti sulla cultura russa e per confermarne alcuni altri. Prima di affrontare il discorso di petto, tuttavia, è utile fare un breve riassunto storico degli eventi che hanno contribuito a mutare il baffuto stereotipo russo dalla stella rossa alla pelliccia leopardata.

La Russia come la conosciamo oggi nasce dalle ceneri della parte centrale della CCCP (URSS per gli amici) il 25 dicembre 1991, quando alle 18.35 locali alla bandiera sovietica del Cremlino viene sostituita quella blu rossa e bianca della Federazione russa. Presidente era in quel momento Boris El’cin, che pochi mesi prima aveva sconfitto Gorbačёv alle elezioni. Quest’ultimo fin dagli anni ’80 aveva già avviato una politica di disgelo e di riapertura dell’Unione Sovietica, ponendo fine alla Guerra fredda e all’isolamento del Paese. El’cin fa di più: nell’autunno del ’91, prima ancora che lo Stato raggiungesse la piena autonomia, egli avviò brusche riforme di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione dei beni, con una strategia definita “terapia shock”. Insomma, il Paese e i suoi abitanti passano dal socialismo sovietico – con annessa statalizzazione dei beni, chiusura dei mercati e delle comunicazioni e scarsissima libertà di movimento – al capitalismo di stampo occidentale con conseguente liberalizzazione di consumi, spostamenti e commerci. Per fare un paragone quasi esplicativo, avviene più o meno ciò che successe in Italia con il boom economico degli anni ’60 e anche ovviamente ciò che segnò la storia della DDR (Germania Est) dopo il crollo del Muro.

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Scena del film Good Bye Lenin

Si passa in sostanza da una condizione di frugalità alla possibilità di consumare il superfluo.

Tuttavia la “terapia shock” non ebbe solo l’effetto di far riscoprire il capitalismo occidentale ai russi. L’economia del Paese, ancora basata sui vecchi sistemi di produzione e di gestione ormai inadatti a reggere i livelli di produzione del mercato globale, subì gravi danni, poiché molte imprese, sulle quali si basava non solo l’intera microeconomia locale ma anche il welfare e l’assistenza sociale, dichiararono fallimento. Inoltre, ci fu una grave e incontrollabile inflazione, dovuta sia alla liberalizzazione dei mercati, che avevano permesso l’importazione di beni di consumo dall’estero, sia alla decisione della Banca Centrale russa di stampare nuova cartamoneta. Il risultato, come ricordava la mia insegnante di russo a San Pietroburgo, fu che si trovavano barrette Snikers a prezzo stracciato in qualunque punto di vendita, ma si faticava a trovare il latte per la colazione.

È questo il periodo ad essere rimasto impresso, stereotipato, nell’immaginario di buona parte dell’Occidente: il periodo del marcato nero, del calo della qualità di vita per gli anziani e per i dipendenti statali, dell’aumento del tasso di criminalità, della fioritura dei nuovi imprenditori e della nascita di grandi oligarchi.

I giovani e i nuovi ricchi degli anni ‘90, ritrovandosi improvvisamente in un’economia globalizzata, hanno approfittato della situazione per recuperare gli anni di privazioni e limitazioni, ma non hanno avuto modo di assorbire gradualmente il pensiero consumistico alla base del capitalismo occidentale, fondendo a una base culturale ancora sovietica la mole delle novità importate dall’estero, non nascondendo una certa confusione. Esplode così la moda per le tute Adidas, per le macchine italiane, per i cantanti del vecchio Sanremo, per le paillettes e i lustrini, per l’eccesso sfoggiato come status sociale.
In realtà, analizzando meglio il fenomeno, non è poi molto diverso dalla cultura stile Realtime dei pre-diciottesimi o dei pre-matrimoni perpetrata da alcuni nostri connazionali.

Ancora oggi, comunque, se capitate in un supermercato russo e domandate a una saggia babuška quale sia il prodotto di migliore qualità all’interno del vasto scaffale, quasi certamente vi risponderà “quello che costa di più, ovvio!”.
Mentre l’Europa ha ormai imparato che la qualità non è legata al prezzo, ma dipende da molti altri fattori, il russo medio delle passate generazioni è ancora spesso potentemente influenzato dal potere d’acquisto. Con tutte le dovute e numerose eccezioni in entrambe le direzioni.

Per darvi un po’ meglio l’idea di quello che sto cercando di descrivere, vi lascio alla visione di un meraviglioso video musicale denso di buffonesca critica sociale e culturale, che tuttavia non fa che stimolare ancora di più l’amore dei buoni slavisti verso questo popolo di folli geniali.

LITTLE BIG – WITH RUSSIA FROM LOVE

Little Big è una band di rave trash music nata a San Pietroburgo nel 2013 e composta dagli artisti comici Il’ja Prusikin, Olimpija Ivleva, Sergej Makarov, Sof’ja Tajurskaja e Anton Lissov. I loro video sono tutti incentrati su una brillante satira della cultura russa, sfruttando gli stereotipi e le cattive abitudini del loro Paese, sfociando volentieri nel grottesco in stile Pastorizia e Perestrojka o Disagio post-sovietico.

Qui di seguito vi lascio un’altra chicca frutto del lavoro di The Hatters, un ramo autonomo di Little Big:

A questo tipo di trash esplicito e universalmente riconosciuto si oppone poi un genere di trash di derivazione russa che in realtà solo i russi hanno categorizzato come tale, almeno all’inizio. Si tratta di quello che l’Occidente ha accolto esultante come “vintage sovietico”, se così possiamo definirlo: il recupero e la rivalutazione dei vecchi indumenti sepolti nei bauli delle nonne e riportati a nuova vita sulle passerelle d’alta moda russe ed europee.
Sono queste appunto le creazioni dello stilista Aleksandr Petljura, famoso estimatore di “roba vecchia” a livello mondiale e che mostra numeri spropositati di capi e accessori all’interno delle sue collezioni vintage.

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L’attrice Pani Bronya sfilò come modella per Petljura. Fonte: RBTH


Le collezioni, le location delle sfilate, i modelli e il suo stesso stile sono assolutamente eccentrici e inusuali: smoking con t-shirt della CCCP, mutande sopra lo smoking, vecchie divise da circo… L’idea che vuole promuovere è quella del valore dell’oggetto in quanto tale e che si possa conoscere la cultura di un Paese dalla spazzatura che produce.

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Petljura con indosso una delle sue creazioni. Fonte: RBTH

Lo stilista, che ha ormai influenzato palesemente le collezioni di grandi artisti della moda come Gautier e Yves Saint Laurent ed è anche stato al centro di importanti eventi sociali che hanno caratterizzato la cultura underground di Mosca, a partire dall’occupazione abusiva del parco delle arti sul Petrovskij Bulvar, diventando un vero fenomeno culturale di cui oggi vanta anche degli allievi.

Concludiamo il nostro tour tornando in ambito musicale e abbandonando i concetti di trash che abbiamo visto in precedenza. Riscopriamo invece una band che richiama in tutto il suo essere la cultura tardo-sovietica e post-sovietica attraverso uno spesso strato di punk.
I Graždanskaja oborona (Difesa civile) nascono negli anni ’80 a Omsk, in Siberia, su iniziativa del dissidente sovietico Egor Letov, morto nel 2008. La band è stata a lungo additata come anti-sovietica e censurata, poiché denunciava il militarismo, la dittatura, i vecchi modelli politico-economici e si batteva contro la guerra in Afghanistan. Paradossalmente però, Letov si definiva un vero comunista. A partire dagli anni ’90 il gruppo cambia momentaneamente nome in Egor i opizdenevsce, passando dalle sonorità iniziali, richiamanti il punk anni ’70 sovietico, a un genere più psichedelico.

Per l’occasione ho deciso di ascoltare un ottimo consiglio e di proporre una canzone intitolata “Nekrofilija”, tratta dall’omonimo album del 1987, quasi agli sgoccioli dell’Unione sovietica.

Il brano, caratterizzato dai suoni cupi, ruvidi e pesanti del punk, new_nekromostra un testo a sua volta orrorifico e scandaloso, verosimilmente non apprezzato dalle istituzioni dell’epoca. Si è ben lontani dal trash comico-satirico dei nostri giorni, ma rimane il motivo più letterale del genere, quello dei resti, della sporcizia e dello scarto.
Di certo molti a quei tempi – ma forse non soltanto –  l’avrebbero volentieri gettato come immondizia. Ma noi no. A noi piace. E per farvelo piacere ancora di più vi propongo una mia personale traduzione del testo.
Buona lettura!

Автор: Е.Летов
Альбом: Некрофилия

Я люблю голубые ладони
И железный занавес на красном фоне
Сырые губы под вороньём
И тела изъеденные червём
Я люблю глухое эхо
И гнилую жижу в моей голове
Родную плесень икоты бля бу
Я некрофил,я люблю себя

Рождённому мёртвым
Пришейте пуговицы вместо глаз

Некрофилия некрофилия
Моя изнурённая некрофилия

Я люблю умирать напоказ
Погружаясь по горло в любую грязь
Я люблю путёвый оргазм
И распухший от кала свой унитаз

А рано утром
Я встану в очередь в мавзолей

Некрофилия некрофилия
Моя изнурённая некрофилия

Я люблю голубые ладони
И железный занавес на красном фоне
Сырые губы под вороньём
И тела изъеденные червём
Я люблю глухое эхо
И гнилую жижу в моей голове,
Родную плесень икоты бля бу
Я некрофил,я люблю себя

Рано утром
Мы встанем в очередь в мавзолей

Некрофилия некрофилия
Моя изнурённая некрофилия

Autore: E. Letov
Album: Necrofilia

Amo i palmi blu delle mani
E la cortina di ferro su sfondo rosso
Labbra grigie sotto uno stormo di corvi
E corpi rosi dai vermi
Amo la sorda eco
E il putrido liquame nella mia testa
La cara muffa del singulto il blja bu
Sono necrofilo, amo me stesso

Ai nati morti
Cucite bottoni al posto degli occhi

Necrofilia necrofilia
La mia emaciata necrofilia

Amo mostrare la mia fine
Immergendomi fino alla gola nel fango
Amo gli orgasmi felici
E il water rigonfio di feci

E la mattina presto
Mi metto in fila nel mausoleo

Necrofilia necrofilia
La mia emaciata necrofilia

Amo i palmi blu delle mani
E la cortina di ferro su sfondo rosso
Labbra grigie sotto uno stormo di corvi
E corpi rosi dai vermi
Amo la sorda eco
E il putrido liquame nella mia testa
La cara muffa del singulto il blja bu
Sono necrofilo, amo me stesso

La mattina presto
Ci mettiamo in fila nel mausoleo

Necrofilia necrofilia
La mia emaciata necrofilia

 

Traduzione a cura di Martina Manzone.
Testo originale tratto dal sito ufficiale del gruppo:
http://www.groborona.ru/texts/1056909643.html#ixzz4eXAzpeK6

Fonti e link utili:

https://www.facebook.com/SovietPartyDisagioPostSovietico/?fref=ts

https://www.facebook.com/pastoriziaeperestrojka/?fref=ts

http://www.gr-oborona.ru/

http://it.rbth.com/cultura/2016/11/23/musica-le-band-russe-da-conoscere_650237

https://it.rbth.com/societa/2013/10/08/come_il_trash_diventa_moda_27063

http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2016/02/23/foto/russia_i_nuovi_ricchi_i_figli_degli_oligarchi_tra_eccessi_e_lusso-134044313/1/#1

http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/se-sei-cosi-furbo-perche-sei-cosi-povero-la-russia-degli-anni-90-rivisitata/

http://www.thelittlebig.com/

Bartlett, Storia della Russia, Milano, Mondadori, 2007.

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