La Materia secondo Carol Rama

Se nella New Pop di Jeff Koons abbiamo incontrato il riutilizzo delle icone della cultura di massa per l’arte alta, ci imbattiamo ora in un mondo dove nulla è riferimento alla cultura di massa, ma tutto rientra nell’introspezione dell’artista. Siamo in un campo esattamente opposto a quella della Pop art americana, dove un personaggio può divenire artista della sua stessa carriera ed essere riconosciuto nel bene e nel male per i secoli a venire. Qui siamo in quel territorio dove l’artista è un personaggio subalterno alla società, nato in ristrette libertà di espressione. E come si impara da questa storia, “la produzione dei subalterni non ha potuto essere considerata arte”.

201410291927Rama Carol ( Torino 1918 ) - Appassionata - Acquarello su carta - Cm 33x23 - 1939
Appassionata, 1939, acquerello

Se vi dico catarro, vomito, escrementi, sangue da ferite o mestruale, urina, sperma, vinavil, muffe, occhi da tassidermista, peli, pelliccia, unghie, artigli, denti, pile, resistenze, siringhe, smalto per unghie, protesi, sacchi postali, cannule, semi, riso, caffè, camere d’aria, gomma? Se vi faccio questo elenco potreste eccitarvi forse, o magari vi verrebbe la nausea.

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Contessa, 1963, con unghie di animale

Pensate a quante volte avete buttato le vostre unghie tagliate nel cestino della spazzatura, a quando avete pulito con la carta e gettato via i vostri liquidi corporei. Per qualcuno questi materiali potevano essere utilizzati nell’arte e questo qualcuno fu Olga Carolina Rama, da tutti chiamata Carol Rama.

“Scelgo queste cose, dentiere, pennelli da barba, rasoi, pisciatoi, perché sono quelle che mi piacciono di più, sono quelle che soffrono di essere così, per le quali non ci sono rimedi, possibilità di cambiare.”

Gli oggetti che raccoglie Rama, che usa e che osserva, non sono solamente usati direttamente ma anche reinterpretati, ridisegnati e ricontestualizzati. Gli viene data una nuova vita, in un riciclo positivo che dona nuovo significato a questi oggetti che “soffrono di essere”.

Anche il movimento italiano e soprattutto torinese dell’Arte Povera compì una ricerca in questi termini, con un utilizzo innovativo dei materiali industriali nell’arte, ma Rama non si sentì mai parte di quel gruppo – e tanto meno quel gruppo si sforzò di includerla.

Nonostante non si possa definire Rama come poverista, è interessante notare che esattamente come per loro, la differenza iconografica sostanziale dall’altra Pop Art americana: non ci sono riferimenti alla massa nell’arte di Torino degli anni del dopoguerra.

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Presagi di Birnam, 1970, le camere d’aria svuotate ricordano l’organicità del pene flaccido

Ma facciamo un salto indietro. Carol Rama espone i suoi primi acquerelli nel 1945 all’età di 27 anni, ma la mostra viene censurata per “oscenità” e con questo l’artista si frenerà negli anni successivi per quanto riguarda la produzione figurativa.

Non solo la sua figura di donna in quanto tale le diede diverse difficoltà di riconoscimento, ma i temi delle sue opere alimentarono la possibilità di additarla come isterica, perversa, malata, assolutamente incompleta come essere femminile. Questo problema fece sì che Carol Rama non possa essere considerata come “contemporanea dei suoi contemporanei”, che saltarono la fase della critica passando direttamente all’indifferenza, proprio come se si trattasse dell’arte di quel subalterno nascosto nella società che è il pazzo, il disagiato sociale, la donna isterica senza lume della ragione. Mancava un riferimento che per l’epoca era fondamentale: dove si poteva inserire un’artista che non aveva parentele o legami intimi con altri artisti? Una donna che si circondava di omosessuali, che non era famosa per i suoi fidanzati. Il poco che si riuscì a fare fu inorgoglirsi per le sue amicizie con Andy Warhol, Man Ray, Marcel Duchamp. Ma questo non poteva aiutare a portarla fuori, sulla scena, non bastava a essere inserita in un contesto sociale formal-borghese.

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Appassionata, 1943, acquerello

La sua figura è stata definita come un vero esempio di arte Queer, un arte queer povera, ma con la p minuscola. La sua posizione nel femminismo degli anni Settanta fu, per esempio, completamente marginale, seppure nelle sue opere dichiarasse una volontà libertaria molto più grande di tante altre figure dei tempi. Non prese parte ad attività politica di alcun tipo, se non esprimendosi autenticamente nelle sue opere. E come Carla Lonzi sputò su Hegel, lei sputò su Courbet.

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Dorina, 1940, il serpente che esce dalla vagina anziché entrarci può essere letto come simbolo dell’autonomia femminile

Molto affascinante è osservare le fotografie scattate nel suo appartamento di via Napione, in zona Vanchiglia a Torino. La sua stessa casa rispecchiava l’immaginario delle sue opere, in un tono dei grigi e delle ruggini che riporta a tutti gli effetti ad un ambiente pre-guerra.

La mancanza di una biografia attiva e frizzante aiutò a non renderla obbiettivo dei pettegolezzi del tempo. Non sappiamo quali furono le sue relazioni, i suoi amori, non è neanche troppo detto che ne ebbe. Conosciamo le sue amicizie nel mondo dell’arte contemporanea, e sappiamo che non si spostò mai da quell’appartamento. Ma per l’utilizzo dei materiali che sceglie, abbiamo delle indicazioni molto utili. Sappiamo per esempio che i tanti riferimenti alla malattia, mentale e fisica, ad ambienti ospedalizzati e ad oggetti di medicamento, si rifanno a un periodo oscuro e curioso della sua vita: sua madre fu internata per una malattia psichiatrica e lei le rese visita tutti i giorni per anni.

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Appassionata, 1939, acquerello

La madre le lasciò il fascino per le pelli e le pellicce, che sono richiamate in alcune sue opere, in memoria del lavoro materno. Le scarpe, le protesi, il feticismo per il feticismo richiamano invece il lavoro da calzolaio dello zio. Quando morì questo zio, a casa di Rama arrivò una busta piena di forme di piedi da calzolaio.

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Nonna Carolina, 1936, acquerello

Il padre era invece un produttore di camere d’aria per biciclette, ma con la crisi della fine degli anni Venti fallì miseramente e l’artista non rimase che con le camere d’aria.

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Spazio anche più che tempo, 1971, gomma su tela e juta

La sua carriera, semmai lei ne avesse voluta una, ripartì dagli anni Ottanta con gli studi di Lia Vergine e ebbe alcuni esploit dopo il 2000: nel 2004 con una mostra itinerante e nel 2016 con una mostra alla GAM di Torino che l’ha riportata tra gli interessi di alcuni che, come me, non ne conoscevano nemmeno l’esistenza.

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Macelleria, 1980, acquerello

Una sola cosa non torna, stride e infastidisce: da nessuna parte nei vari cataloghi e monografie viene sottolineato nella praticità se, dove e come utilizzasse liquidi corporei e alcune parti organiche. Non si capisce se fossero riproduzioni evocative o materiali. Nelle didascalie delle opere compare sempre quel fastidioso “tecnica mista” che sembra quasi una nuova censura, un nuovo modo di dire, tra le righe, che – comunque – quella roba da vecchia pazza ci fa schifo.

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Le siringhe, 1967
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