Quando il carico è doppio – L’Unione Sovietica e le sue contraddittorie politiche di genere. Di Maria Baldovin

Articolo a cura di Maria Baldovin, inviata da East Journal

 

Le società socialiste sono sempre dipinte come realtà in cui si è raggiunta una notevole emancipazione della condizione femminile, con il lavoro e l’indipendenza economica a rappresentare una vera e propria liberazione per la donna. Fu così in Unione Sovietica?
La liberazione e l’emancipazione della donna furono sicuramente temi fondamentali per i rivoluzionari bolscevichi, i quali li avevano presi dai loro predecessori per svilupparli in modo da renderli un caposaldo della retorica del partito. La discussione sulla questione femminile rimane ancora oggi oggetto d’analisi di diversi studiosi, in particolare una domanda: fu vero progresso per la condizione della donna o mera propaganda del partito per legittimare il proprio potere?

Senza dubbio, l’oppressione della donna non era tema appannaggio di Lenin e compagni, bensì era presente nei testi della fazione rivoluzionaria dei populisti russi, i cosiddetti narodniki, già alla fine del XIX secolo. Solo per fare un esempio, Bakunin, appartenente in realtà all’ala più anarchica, auspicava nel suo Catechismo del rivoluzionario (1866) il diritto al divorzio e proponeva che la società si prendesse carico dell’educazione dei più giovani, in modo da rendere insensata l’unione forzata di due persone per il bene dei figli. Il ruolo paterno dello Stato, che prende su di sé la responsabilità dei figli, sarà un tema ricorrente e un caposaldo della retorica sovietica, soprattutto durante gli anni di governo di Stalin. Un altro autore che influenzò enormemente queste idee fu Nikolaj Černyševskij, che nel suo romanzo Čto delat’? (“Cosa fare?”) dipinse un’eroina, Vera, come una donna pienamente autonoma e in grado di prendere in mano il proprio destino, al punto da sfuggire a un matrimonio combinato e aprire un laboratorio tessile autogestito, senza operai né padroni. Non a caso quest’opera di Černyševskij è stata più volte considerata una sorta di prototipo del realismo socialista, che diventerà il principio estetico di tutta la produzione artistica sovietica e dell’intero blocco orientale.

La condizione sottomessa della donna, dunque, accompagnava costantemente il tema delle masse contadine oppresse, diventando un punto fermo della nuova ideologia. E’ indubbio che alcune questioni sulla parità di genere siano state risolte in anticipo rispetto a molti altri stati: la Russia rivoluzionaria, ad esempio, fu uno dei primi stati europei a introdurre il suffragio universale nel 1917. I primi anni post-rivoluzione videro, inoltre, un completo stravolgimento di quella famiglia tradizionale patriarcale che esercitava oppressione sulla donna e ne impediva emancipazione e indipendenza economica. Fu infatti istituito il diritto al divorzio e la mutata condizione femminile diventò il simbolo della costruzione di una nuova società, di cui le donne dovevano farsi promotrici in prima linea. Questo manifesto per la festa dell’8 marzo, infatti, recita in modo eloquente “Costruisci la nuova vita nel kolchoz!” e rappresenta due donne, raffigurate in abiti contadini, mentre vengono trattenute da individui in abiti borghesi.

17572063_10212730787249031_1438068364_oStroj novyj byt v kolchoze (“Costruisci la nuova vita nel kolchoz”), P.D. Pokarževskij, 1930

Un Dipartimento per le Politiche Femminili, chiamato enskij otdel e abbreviato come enotdel, fu istituito nei primi anni di governo, per poi essere rimosso nel 1930. L’agenda femminista portata avanti da donne come Aleksandra Kollontaj non fu mai realizzata del tutto, probabilmente poiché si rivelò troppo all’avanguardia per i suoi tempi. Secondo alcuni studiosi, come Wendy Goldman, fu l’insito tradizionalismo e conservatorismo delle stesse donne russe ad aver rappresentato un ostacolo all’ulteriore progredimento delle politiche. Per altri, invece, fu la guerra civile ad essere determinante, poiché creatrice di un contesto in cui un nuovo tipo di welfare, in grado di sostenere le spese per tutti i bambini, non sarebbe stato sostenibile: il risultato fu che le donne avevano ancora bisogno dei propri padri e mariti e in un certo senso fu nuovamente appoggiato il nucleo familiare tradizionale.

Nel 1930, infine, il partito ritenne che la questione femminile fosse stata risolta e che il  Ženotdel, al cui vertice stava la stessa Kollontaj, potesse essere definitivamente rimosso. Secondo alcune interpretazioni, la rimozione del enotdel significò di fatto la fine dell’interessamento del partito per la condizione femminile. Altri punti di vista, invece, sostengono che un interesse genuino per l’emancipazione della donna non sia mai esistito e che il dipartimento fosse, bensì, uno strumento per avvicinare le donne al partito e per assoggettare la vita privata dei cittadini al controllo dello Stato. L’accento sulla tematica dell’emancipazione femminile viene visto, infatti, come la porta d’accesso alla vita privata dei cittadini, che permise così al partito di monitorare e regolare le relazioni tra uomo e donna, o tra genitori e figli.

Contemporaneamente alla rimozione del ministero per le politiche femminili, l’avvento al potere di Stalin rappresentò per molti “il nadir della posizione della donna” (Chatterjee, 1999, p. 18), a causa di riforme considerate da molti come un ritorno al precedente modello di famiglia patriarcale. Mentre l’aborto veniva definito un reato in una legge emanata nel 1936, la possibilità di divorziare diventò sempre più difficile, dopo la totale liberalizzazione avvenuta nei primi anni post-rivoluzionari. Il modello di famiglia proposto da Stalin, tuttavia, era diverso da quello patriarcale della Russia zarista, bensì incarnava uno spirito di assoggettamento dei rapporti interpersonali ai bisogni dello stato: la vicenda-leggenda di Pavlik Morozov, il ragazzino che aveva denunciato lo stesso padre alla polizia segreta e divenuto per questo un eroe, è il simbolo di questa tendenza.

La donna nella nuova famiglia sovietica non era più dipendente economicamente da suo marito, bensì lavorava e poteva mantenersi autonomamente, mentre era lo Stato ad assumersi la responsabilità di badare ai figli, attraverso asili e altre strutture. Questa assunzione del ruolo paterno da parte dello Stato ebbe un effetto devastante sugli uomini sovietici, che vennero tutto ad un tratto privati delle proprie responsabilità di capofamiglia e ridotti a meri lavoratori: ne risultò una sorta di decadimento morale della popolazione maschile, insieme a un misto di ansietà e incertezza riguardo al proprio ruolo.

17571730_10212730787329033_2072663635_oNezabyvaemaja vstreča (“Un incontro indimenticabile”), V. Efanov, 1936-1937. Raffigura l’incontro di una lavoratrice con Iosif Stalin e rappresenta per molti la figura del leader come padre della nazione.

Sebbene non ci fosse alcun aperto tentativo di restaurare la famiglia patriarcale, è tuttavia vero che durante il periodo staliniano la retorica sovietica non riecheggiò più con richiami alla distruzione del modello di famiglia borghese. Al contrario, l’immagine della Katjuša che rimane a casa ad aspettare il ritorno del suo amato dal fronte diventò molto popolare durante la Seconda Guerra Mondiale, a scapito della precedente immagine della donna forte e indipendente.

Inoltre, la realtà dei fatti mostrò quanto lo Stato fosse inadeguato a fornire alle famiglie tutto il supporto di cui avevano bisogno: questa mancanza andava a gravare sulle donne, le quali, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, dovevano ricoprire il doppio ruolo di produttrici e riproduttrici, svelando una certa tensione tra le priorità economiche e quelle demografiche del paese. Tutta l’esperienza sovietica, d’altronde, fu segnata da una profondo divario tra ciò che la propaganda proclamava e la realtà, ovvero tra socialismo ideale e quello reale.

La condizione della donna durante l’Unione Sovietica è un argomento molto vasto e complesso, per essere affrontato nei dettagli in questa sede. E’ interessante però sottolineare come la caduta dell’Unione Sovietica abbia portato con sé il cambiamento dell’identità di genere; questo avvenne non solo per l’improvviso crollo dell’occupazione – che penalizzò tutti i cittadini, donne in particolare – ma anche per un cambiamento nella retorica: il “doppio carico” che le donne dovevano portare sulla schiena fu riconosciuto come troppo pesante, mentre l’assenza dell’obbligo del lavoro fu proposto da alcune fazioni come una liberazione e come la possibilità di tornare al “tradizionale posto” della donna, quello del focolare domestico.

Tutto questo fa riflettere, dato anche il ritorno in auge di valori conservatori ortodossi, particolarmente evidenti in un paese come la Russia. E’ indubbio che l’esperienza sovietica e le dure condizioni della transizione verso la democrazia abbiano influito pesantemente sul ritorno di valori che definirei quasi “neoslavofili”. Non è altresì da escludere che anche l’esperienza del “doppio peso” abbia lasciato un’impronta importante, rendendo nuovamente accettabile per una donna l’esclusivo ruolo di mamma e di casalinga. Questo argomento va naturalmente affrontato con cautela e sono ancora molte le questioni sociologiche da ricercare, riguardo agli effetti sortiti da 70 anni di regime sovietico sulla società russa in tutti i suoi aspetti. Inoltre, non è assolutamente intenzione di chi scrive analizzare la questione come se ci fosse una verità assoluta, scadendo in facili stereotipi sulle “donne dell’est”, come quelli mostrati recentemente sulla televisione pubblica nostrana.

Fonti:

Ashwin, S. (a cura di), Gender, State and Society in Soviet and Post-Soviet Russia, London and New York, Routledge, 2000.

Bakunin, M. A. Revolutionary Catechism, in: S. Dolgoff (a cura di), Bakunin on Anarchy, London, George Allen and Unwin Ltd, 1972, pp. 87-95.

Chatterjee, C. “Ideology, Gender and Propaganda in the Soviet Union: A Historical Survey”, in Left History, Vol. 6, n. 2, 1999, pp. 11-28.

Goldman, W. Women, the family and the new revolutionary order in the Soviet Union, in S. Kurks, R. Rapp and M. B. Young (a cura di), Promissory Notes: Women in the Transition to Socialism, New York, Monthly Review Press, pp. 59–81.

Wood, E. A. The Baba and the Comrade: Gender and Politics in Revolutionary Russia, Bloomington: Indiana University Press, 1997.

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