Per un’estetica androgina

Nella storia delle arti figurative esistono centinaia di prototipi per la figura della femmina e del maschio, a seconda del periodo e del contesto culturale che si prende in analisi. Scoprire come siano state diverse questo tipo di rappresentazioni nella storia dell’uomo ci aiuta tantissimo a capire come oggi siamo legati ad alcuni prototipi e stereotipi che ci fanno riconoscere un maschio da una femmina.

Forse è arrivato il momento di capire che tutto ciò non è così essenziale, che l’ambiguità è frutto della nostra più ancestrale preponderanza all’unione delle cose. Sarebbe bello poter analizzare nel profondo l’evoluzione dell’estetica di genere: maschile, femminile e neutro, ma ci vorrebbero diversi volumi e diverse tavole illustrate. Grazie ad un lavoro di questo tipo saremmo forse in grado di dimostrare sempre di più quanto le nostre scelte e i comportamenti di genere non siano altro che costruzioni culturali ben precise, legate in modo essenziale alla loro estetica.

Per secoli e secoli ha imperversato il mito dell’ermafrodito. Hermes e Afrodite nello stesso corpo, sia maschio che femmina, incompleti e completi allo stesso tempo. Nasce nell’idea di questo mito l’immagine della bellezza androgina. Ben inteso, il mito nasce nel frangente greco nel quale, nonostante tutta la buona retorica, i bambini ermafroditi venivano comunque uccisi alla nascita.

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Ermafrodito Dormiente, copia romane di originale ellenistico, materasso di Gian Lorenzo Bernini. Per più informazioni divulgate dalla stessa testa: http://www.fineartsmag.com/un-morbido-cuscino-per-lermafrodito/

Oggi il termine ermafrodito si può utilizzare essenzialmente legandolo al suo contesto storico, mentre per gli studi di genere si è giunti a definire come “intersessuale” una persona che non può essere inserita a pieno titolo in uno dei due fissi binari di genere.

A partire dagli anni Settanta inizia ad essere utilizzato un termine che si basa quasi puramente sull’estetica, che è quella che vorrei analizzare. Se nell’intersessualità si ha una differenza fisica degli organi sessuali o nell’assetto ormonale dell’individuo, nell’androginia incontriamo uno “pseudo ermafroditismo” che si basa quindi di più sulla cultura, sull’estetica, la moda, il comportamento, l’atteggiamento sociale e anche, in alcuni casi, l’orientamento sessuale.

Possiamo prendere l’androginia come risposta agli stereotipi socio culturali legati al comportamento maschile e femminile, e anche come una risposta esteticamente stupefacente all’abitudine quotidiana.

L’ iconografia del genere è ampissima e ci porterebbe via troppo tempo: in poche parole, Maria è candida, fragile e porta il velo, Giuseppe ha la barba e lavora come un dannato. Proprio dall’iconografia cristiana però possiamo trovare uno degli spunti più creativi del superamento del binarismo: la figura dell’angelo.

Nella cultura cristiana l’angelo è una figura asessuata, anche per non cadere nell’idea che potesse essere stato Gabriele e mettere incinta Maria. Se guardiamo alcuni famosi angeli della storia dell’arte, ci accorgeremo che possiedono in loro caratteristiche sia maschili, soprattutto nel fisico, che femminili, nel volto e nell’acconciatura, nel portamento.

Ecco l’esempio degli Angeli Musicanti di Melozzo da Forlì, databili tra 1472 e 1480:

All’angelo dobbiamo senza dubbio delegare il primato di essere la prima figura androgina, non binaria e quasi a-genere della nostra cultura figurativa dopo l’epoca classica. Ma questo se parliamo di ideale, di stereotipo estetico. Se infatti andassimo a guardare la storia del gusto delle persone reali, magari quelle con i soldi per permettersi di scegliere una moda piuttosto che un’altra, scopriremmo per esempio che la maggior parte dei famosi personaggi maschili della storia oggi sarebbero stati presi per esponenti della cultura Queer senza il minimo dubbio.

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Le scarpette con tacco del Re Sole. Su questo tema consiglio la visione del cortometraggio Merletti e Borotalco

Uno degli artisti più infastiditi della storia, Leonardo, ci ha donato degli studi sull’ambiguità estetica del corpo che facciamo fatica a dimenticare. La Gioconda, infatti, è stata ufficialmente designata come ritratto androgino, misto tra la dama del Giocondo e tra il modelo Salaï. Ma ancora più palese è l’Angelo incarnato, che si fa bella mostra della sua erezione e contemporaneamente del suo accenno di seno.

Leonardo da Vinci (1452-1519), L_ “Angelo incarnato”, The “Angel in the Flesh”, c. 1513-1515
Leonardo Da Vinci, Angelo incarnato, 1513-1515

Queste ricerche possono andare a dimostrazione del fatto che tanti stereotipi di genere di base culturale sono piuttosto recenti e che alcuni stanno venendo messi nuovamente in discussione. La rappresentazione del genere è cambiata tanto negli ultimi secoli, ma gli anni ottanta ci hanno quasi rovinati con Schwarzenegger e la Anderson. Per fortuna non a tutti ha fatto lo stesso effetto.

È davvero con l’inizio del XX secolo che cambia qualcosa nell’ambiente della borghesia in merito al genere. Sono sempre di più, per esempio, le donne che iniziano a decostruire la figura femminile per rendersi più maschili, nei comportamenti sessuali e nella moda, come possiamo vedere in questa rappresentazione della tipica parigina anni venti:

Agnes Noyes Goodsir, La Parisienne, 1924
Agnes Noyes Goodsir, La Parisienne, 1924

O di quella dell’artistia Una Troubridge, che in questa statua raffigura la raffinata androginia del ballerino classico Vaslav Nijinsky:

Una Troubridge, Vaslav Nijinsky, 1912
Una Troubridge, Vaslav Nijinsky, 1912
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Una Troubridge, Autoritratto, 1924

Una mostra che si sta svolgendo alla Tate Modern di Londra indaga l’arte britannica definibile queer proprio tra la fine dell’ottocento e gli anni sessanta del novecento, facendo scaturire delle riflessioni interessanti sulla simbologia estetica del genere. In questa mostra si presentano alcuni esimi esponenti della cultura queer a cavallo tra i due secoli, come per esempio Radclyffe Halle, compagna per la vita della sopracitata Una Troubridge e autrice del primo grande romanzo sull’omosessualità femminile: Il pozzo della solitudine.

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Charles Buchel, Ritratto di Radclyffe Hall, 1918

Negli anni venti ci viene in aiuto anche uno dei più grandi artisti contemporanei, Marcel Duchamp, che grazie all’amico fotografo Man Ray sviluppa un personaggio che rimarrà nella storia: Rrose Sélavie.

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Man Ray, Rrose Sélavie alias Marcel Duchamp, 1921

Sempre in ambito Dadaista possiamo guardare all’opera spregiudicata ed innovativa dei collage dell’artista Hannah Höch, alla quale fu vietata l’esposizione alle mostre tra 1933 e 1945 a causa dei suoi soggetti definitivi pervertiti, che ci regala questa splendida opera di unione e forza:

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Hannah Hoch, La domatrice, 1931

Da questo periodo iniziamo ad avere diverse documentazioni fotografiche di un mondo che viene contestualmente inserito nella cultura queer a tutti gli effetti. L’estetica dell’androginia si fa strada anche nella moda, con i furenti anni trenta delle donne con il frac.

Saltiamo ora un po’ oltre la seconda guerra mondiale – periodo in cui è stato difficilissimo affermare diversi tipi di sessualità o genere e dove comunque in ogni caso bisognava prima sopravvivere alla miseria e alle persecuzioni. Dal dopo guerra le figure di maschio e femmina sono estremamente stereotipate con l’influenza di cinema, televisione e pubblicità che iniziano a imperversare nelle famiglie occidentali.

Sarà principalmente la musica a venire in aiuto, portando influenzatori culturali che cambiarono l’idea di mascolinità machista grazie a memorabili video o fotografie. Il 2016 si è chiuso con un encomio per tre figure che hanno scardinato certi stereotipi: David Bowie, Prince e George Michael.

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David Bowie sulla copertina di The Man Who Sold the World, 1970

Per approfondire questo tema ci vorrebbe tanto tempo e tanta pazienza, ma possono servire anche solo alcune suggestioni che possano incentivare a ripensare a quanto mettiamo di veramente di nostro nella nostra estetica e quanto siamo in grado di giudicare gli altri in base a quella stessa superficialità.

Alcuni artisti hanno cercato di andare ancora oltre e dimostrare al pubblico il potere della dualità, del potentissimo insieme di donna e uomo, come il fotografo statunitense Joel Peter Witkin, che ispirandosi all’arte rinascimentale crea delle immagini destabilizzanti e allo stesso estremamente affascinanti, come questa del 1988 evidentemente ispirata alla Primavera di Botticelli:

Witkin Gods of Earth and Heaven, Los Angeles, 1988
Joel Peter Witkin, Gods of Hearth and Heaven, 1988

O alle più soavi e gaie illustrazioni dell’autrice contemporanea Sara Andreasson con le quali chiudiamo questa rassegna di libere associazioni di immagini di tutti i generi, di solo uno o di nessuno.

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Sara Andreasson, Flambloyant, 2016
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