The L Word: lesbiche, rappresentazioni e cultura dominante

Perché parlare di rappresentazioni televisive di lesbiche e omosessuali? Perché da lì passa un altro modo per analizzare diversi aspetti socialmente e storicamente rilevanti. Oggi le cose sono cambiate e chiaramente il web e lo streaming hanno aiutato, ma nei primi anni Duemila (così vicini eppure così lontani!) non era proprio così.

Partiamo dal presupposto che in televisione l’espressione di personaggi lesbici coesiste nella maggior parte dei casi con una carica sessuale voyeuristica di baci saffici tra donne eterosessuali. Ricordiamo tutti il bacio tra Britney Spears e Madonna, giusto? E sono esattamente cose di questo tipo che hanno contribuito a rendere le lesbiche dei feticci, più simili a merce d’esposizione per un pubblico più curioso che altro; e però ciò resta comunque un aspetto importante della loro rappresentazione.

E gli anni Duemila segnano un punto di svolta carico di significato per la storia delle rappresentazioni delle lesbiche in tv. Solo nel 2000 ci sono lesbiche in nuove serie come Queer as Folk (prevalentemente incentrata su omosessualità maschile) , o il coming out di Willow in Buffy, un nuovo personaggio lesbico in E.R, la breve storia tra Marissa ed Alex in The O.C. (“La marea è cambiata” tormentone per tantissimi dopo la scena del loro primo bacio in spiaggia)  e tanti altri esempi sui quali non posso dilungarmi troppo o ne esce fuori un’altra tesi di laurea.

In un certo senso queste rappresentazioni segnano un’espansione della rappresentazione delle lesbiche in tv, ma in termini quantitativi e non qualitativi. E presentano tutte gli stessi problemi: i personaggi sono relegati a ruoli secondari, ai margini, e ben poca attenzione è riservata al loro vivere come (e in quanto) lesbiche; inoltre le loro relazioni sono de-sessualizzate. Si può dire che in queste nuove rappresentazioni “telefilmiche” vi sia un timido tentativo di rendere noto che la società comincia a includerle e “farle vedere” e il non affrontarle in maniera del tutto complessa e completa è forse specchio di una disinformazione di fondo, in quanto l’omosessualità femminile è sempre stato per certi versi un tabù, relegato al “sono etero ma: ho baciato una ragazza per divertimento/ è solo una fase/ ero ubriaca”.

E’ con The L Word (2004—2009), la serie tv ideata da Ilene Chaiken che le cose cambiano.
Il titolo della serie fa riferimento alla difficoltà anche solo di pronunciare “la parola che inizia per L” (lesbica), espressione comunemente in uso già dagli anni Ottanta. Dire e sentire “lesbica” era sgradevole anche per chi lo era, ed è per questo che in questo post non mi lascerò sfuggire una L! 

thelwordlocandina

E’ stata la prima serie incentrata totalmente sulle lesbiche ad alto budget, anche se la prima stagione dev’essere stata pensata più come un grande pilot, infatti la sigla è stata aggiunta solo a partire dalla seconda stagione. “Girls in tight dresses / who drag with moustaches” sono i versi volutamente esagerati che aprono la serie e diventano significativi in quanto emblema del modo in cui le lesbiche sono culturalmente codificate nei primi anni Duemila, per finire con “it’s the way that we live and love”.

Trasmessa da Showtime, ha avuto una diffusione capillare anche grazie al web e ha raggiunto milioni di persone non soltanto negli Stati Uniti. E’ stata una serie tv parecchio importante perché ha rotto moltissime barriere nella rappresentazione di donne lesbiche in tv. Ha anche scatenato un rinnovato interesse per la lesbica chic nei media mainstream, che è reminiscenza di un fenomeno che risale agli anni Novanta, quello della lipstick lesbian, che oltre ad essere chic è anche molto femminile. La differenza tra la “moda” lesbica negli anni Novanta rispetto ai Duemila è che se prima si parlava di donne coraggiose, di nuovi mondi, con persone del calibro di Melissa Etheridge (cantante e icona lesbica dichiarata) sulle copertine dei giornali, nella seconda ondata si è parlato di stile lesbico e di abbigliamento.

Ma qual è il contesto in cui di The L Word viene pensata e trasmessa?

In quegli anni, e potremmo dire anche oggi, il dibattito nella comunità omosessuale girava intorno a due posizioni: la prima, assimilazionista, voleva un posto al tavolo della società etero dominante e voleva ottenerlo dimostrando di essere proprio come gli eterosessuali e, quindi, meritevoli di diritti civili; la seconda, liberazionista, riteneva che dovesse essere la società a cambiare (non l’individuo) per far spazio alla diversità sessuale e di genere.

Secondo la prospettiva assimilazionista, i gay possono condurre una normale vita, pagare bollette, avere una famiglia ed essere il più eterosessuali possibile. Chi è troppo sessuato, troppo povero, troppo gender-ambiguous, troppo altro per essere riconosciuto come simile agli etero, deve essere riformato oppure nascosto sotto il tappeto. La cosa curiosa è che i gay appartenenti alla corrente assimilazionista sono quasi sempre maschi, bianchi, provenienti dalla middle all’upper class; per chi è già messo in una posizione di svantaggio dall’identità di genere, gender performance, razza, classe o subcultura sessuale, c’è meno da guadagnare attraverso un movimento che non prende in considerazione altri tipi di oppressione.

Dove sono le lesbiche?

Esistono in una qualche precaria relazione con la cultura mainstream. Durante l’avvento di questi dibattiti, le lesbiche venivano usate in vari modi, ma raramente tirate in ballo in modo serio nel discorso. Il conservatorismo gay è stato a lungo discorso di uomini e si concentravano su questioni maschili. Le lesbiche sono sempre state al margine del movimento omosessuale. Il mainstream lesbico non solo è arrivato in qualche misura ad un ritmo più lento, ma è segnato dalla problematica questione della loro visibilità nella cultura dominante e dal fatto che le lesbiche stesse possono essere – sono? – oggetto di consumo per maschi eterosessuali.

Ci sono differenze nel modo in cui sono stati accolti in tv lesbiche e gay: questi ultimi sono stati usati anche per vendere prodotti, mentre le lesbiche sono diventate il prodotto da vendere, anche in ragione del fatto che possono essere viste come una forma di erotismo da un pubblico maschile etero. C’è chi sostiene che sia questa la conseguenza della marginalità e la natura d’opposizione delle prime culture lesbiche.

Torniamo a The L Word.

La serie presenta un’immagine delle lesbiche alla moda e glamour, le cosiddette lipstick lesbians, per contrastare lo stereotipo più diffuso che vede la lesbica necessariamente e inequivocabilmente butch (con tratti e atteggiamenti mascolini). Inoltre, è una versione decisamente più commerciale e che può essere usata anche da altri telespettatori (di nuovo, maschi etero). Ed è anche uno stile lesbico più spettacolare e femminilizzato, appariscente ma non frivolo. Questo spostamento di canoni e modelli di rappresentazione può essere visto sia come risultato di una semplice operazione di marketing, che favorisce inevitabilmente una “lesbica di consumo” sia come momento di affermazione delle donne e della loro femminilità, che non si esclude con l’essere lesbica, del resto stiamo parlando comunque di un prodotto “pop”, con un pubblico di vasta scala.

Quali temi affronta The L Word?

Tantissimi. Tra quelli più emblematici:

  • La coppia lesbica che vuole avere figli.
    In The L Word c’è la longeva coppia Bette e Tina.

    bettetina
    Tina e Bette


    Si potrebbe anche pensare che le storyline con lesbiche mamme o che cercano di avere figli sia un tentativo per evitare di vederle come soggetti sessuati, indicativo di una certa normalizzazione (quel “proprio come gli etero”), una strategia politica. Con la spinta per il matrimonio, le tendenze politiche assimilazioniste, l’efficacia dell’inseminazione artificiale, l’aumento delle coppie lesbiche che vogliono figli è diventato… uno stereotipo! Così tanto che, nel 1999, aumentano i manuali su gravidanze e l’essere due mamme, insieme ai libri per bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali. Una delle abilità di The L Word sta anche nell’intercettare politiche e umori e comunque riuscire a sovvertirli, almeno in parte, come Bette e Tina che dicono di non volersi sposare fino a quando non potranno farlo tutti negli Stati Uniti.

  • Mascolinità nella comunità lesbica.
    ivan
    Ivan, Drag King

    Ne esistono diversi tipi:  dalla mascolinità performativa (drag king), alla mascolinità femminile (boi, butches) o mascolinità maschile (transgender e transessuali). The L Word le esplora tutte.

    moira
    Max

    La comunità lesbica è sempre stata abbastanza divisa sull’accettazione di donne transessuali lesbiche: alcune comunità sono state molto più d’aiuto a lesbiche transessuali di altre, che hanno continuato invece ad opporre resistenza, bannandole da spazi dedicati interamente alle donne.
    E The L Word include la transizione FTM (female to male) da Moira a Max durante la terza stagione, cosa certamente degna di nota.

  • Visibilità. Questo “problema” (è tale per chi vede, per chi ha bisogno di categorizzare immediatamente una persona, ma è una questione che, strano ma vero, crea ansia anche all’interno delle comunità lesbiche e credo sia rilevante riportarlo) viene esplorato moltissimo in The L Word, adottando diverse prospettive. Una lesbica, per essere tale, deve essere riconoscibile, in qualche modo individuabile esteriormente. Questo comprende abbigliamento, postura, linguaggio del corpo, atteggiamenti. Non è difficile riconoscere una lesbica in una butch; il “problema” nasce con la lipstick lesbian che, a conti fatti, è esteriormente simile a qualsiasi altra donna etero. E non essendo immediatamente riconosciuta come lesbica, rischia di essere confusa con un’etero. 

Uno dei tanti aspetti per così dire rivoluzionari di The L Word è… Shane.

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Shane

All’apparenza in contrasto con le altre protagoniste della serie, molto femminili, Shane è diventata oggetto di culto tra le telespettatrici della serie. Parrucchiera, non cerca storie stabili ma solo avventure, tanto che nelle primissime puntate della serie una ragazza – stalker, sì, ci sono ovviamente anche quelle- con cui è stata arriva a distribuire volantini informativi in cui invita tutte a starle alla larga perché “le trova, le tocca, le tromba e poi tronca”, la famosa regola delle quattro “T”.  Shane ha a che fare soprattutto con donne altolocate ed etero. E’ portatrice di un’androginia che confonde: viene scambiata per un ragazzo eppure “è così sexy che…” anche gli uomini rispondono al suo fascino. In un episodio viene portata in un locale gay e riceve avances da omosessuali, venendo scambiata per un ragazzo; nella seconda stagione, viene introdotto un uomo eterosessuale, Mark, che si prende una cotta per lei. Shane si può identificare come una boi, categoria che, si può dire, si oppone alla butch, che prima di lei era quasi l’unica rappresentazione di mascolinità femminile riconosciuta, possiamo identificarla come una nuova categoria: lesbica mascolina elegante e sensuale.

Per quanto riguarda il discorso della visibilità, è rappresentato in due diversi punti di vista durante la prima stagione. Dana, tennista professionista, non ha fatto coming out perché ha paura che la sua carriera possa risentirne negativamente, e se in un primo momento si faceva accompagnare ad eventi da uomini per non destare sospetti, in un secondo momento ha optato per un look più neutro e femminile possibile.

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Dana

Eppure, probabilmente, l’importanza di The L Word sta proprio qui, nel sovvertire le situazioni. Infatti poco dopo Dana farà coming out, ma ci sarà un nuovo “problema” visibilità, dato dalla sua ragazza apertamente lesbica. Questo tema del non dichiararsi, vivere al margine, si ripropone anche con la storia tra Alice (giornalista e blogger dichiaratamente lesbica) e la sua ragazza Tasha, militare. 

Sempre nella prima stagione Bette e Tina, la coppia storica che cerca di avere un bambino, seguono una terapia di gruppo in seguito all’aborto spontaneo di Tina. In questo gruppo, Bette si trova a litigare con Yolanda, una donna afro-americana, che l’accusa di enfatizzare troppo il suo essere lesbica tralasciando il fatto di essere afro-americana. Questa discussione continua quando in un’altra occasione Bette scopre che Yolanda è lesbica (sì, le lesbiche a Los Angeles, e non solo, frequentano tutte gli stessi posti!) e l’accusa di non essere “leggibile” come lesbica, criticandola per non averlo detto.

Chi ha visto The L Word sa perfettamente che c’è un personaggio di cui è impossibile non parlare: Jenny Shecter.

jenny
Jenny 

Sicuramente è uno dei personaggi grazie a cui è nata l’espressione ironica “lesbica drammatica”. Mal tollerata dai più ma, ahimè, a volte anche amata, è l’etero che capisce di essere lesbica in un quartiere bellissimo di Los Angeles circondata da donne bellissime. Ora, tralasciando giudizi personali sul personaggio non utili in questa sede, Jenny, rivendicando la sua identità lesbica, decide di tagliare i capelli (troppo ricorrente nella vita di tutte le donne nei momenti importanti, mi sa). Ovviamente se li fa tagliare dalla bella e impossibile Shane. La scena successiva è molto divertente: Shane e Jenny camminano per strada, Jenny è visibilmente contenta del suo nuovo taglio di capelli ed ad un certo punto sente una ragazza dire: “Butch in the streets, femme in the sheets” (“Butch nelle strade, donna tra le lenzuola”), frase ironica che dimostra che ora, con il nuovo taglio di capelli che sta per l’affermazione della sua identità lesbica, è visibile anche per chi non la conosce.

 

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Shane e Jenny con il suo nuovo taglio di capelli

Credo che la cosa affascinante di The L Word sia proprio la capacità di far coesistere diverse percezioni – e anche di minarle, a seconda dei casi – riuscendo a creare un ambiente fluido che sì, include varie categorie, ma sempre per portare il discorso un po’ più in là degli stereotipi e delle etichette. Ha avuto una risonanza molto forte ed evidente anche a livello esteriore: dopo la serie, sono comparse quasi simultaneamente tante piccole Shane, tante piccole Jenny (purtroppo).  Allo stesso tempo è stato rassicurante per quelle che vivevano lontane da luoghi di ritrovo LGBT vedere che sì, anche se romanzate, anche se finte, anche se ideate anche per essere “lesbiche di consumo”, le lesbiche potevano essere anche diverse da Shane (o da Jenny). E ancora, è riuscita ad esplorare territori relazionali tra donne prima di allora solo accennati e messi in secondo piano. Questa serie non solo ha rigenerato la rappresentazione delle lesbiche in tv ma anche la comunità stessa, che ha reso The L Word un telefilm di culto e anche un forte momento di aggregazione all’interno di vari circoli LGBT dove si organizzavano spesso maratone di intere stagioni. Ha permesso anche a chi non poteva fare esperienza  diretta di farsi un’idea (vaga, telefilmica) su tanti temi e tante questioni. Si può dire quindi che The L Word abbia aiutato tantissime piccole lesbiche a crescere in un Paese in cui non c’erano poi molti modelli di riferimento per loro… e, diciamolo pure, ha sicuramente aiutato a diventare un po’ più drammatiche!

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