Marzo ’17 – Editoriale

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[In sottofondo: Shiny Toy Guns – Le Disko]

MARIELLA: Agender, cisgender, gender conforming, genderfluid, gendermarker. Butch, lipstick, boi, lesbica, vegana, gay.

EDI: Ordinato, sensibile, irrazionale, debole, caloroso, che ama accudire, premuroso, magro ma non troppo, passivo, amante di prodotti biologici per l’igiene personale, portato naturalmente per la paternità. Disordinata, razionale, forte, attiva, fredda, grande seduttrice, grande lavoratrice, amante dei videogiochi e di automobili, portata naturalmente alla rissa per questioni passionali.

Ah no, non era così.

ILINCA: Mi viene da grattarmi a sangue quando ripenso al dogmatismo impostomi dalla mi madre durante la mia infanzia sulla questione abbigliamento. Sempre vestiti femminili e frou-frou, la domenica con il vestitino buono e guai a sporcarlo, siediti bene per non stropicciarlo e non giocare con la terra. Giustamente quando ho iniziato a ragionare di mio sono entrata in fase maschiaccio e non ho toccato una gonna per anni. Che poi mi piacevano i vestiti femminili, ma avevo un principio da dimostrare, che è: non mi dovete rompere il cazzo. Ma poi, sai l’eleganza e la comodità del pantalone nero di sartoria con la camicia e le stringate di pelle? È una goduria. Quello sta bene a tutti, ma proprio a tutti, pure a un bonobo.

MARTINA: L’essere umano medio ha la poco sana tendenza a dover categorizzare ogni cosa secondo specifici canoni a lui noti e familiari. Ciò che non riesce a far rientrare nei confini di quelle convenzioni mentali viene risputato fuori come “anormale”, “inaccettabile”, “inappropriato”. Ma le cose non sono tutte o bianche o nere: c’è anche il verde e l’arancione e il rosa shocking nel mezzo. E il blu. Io amo il blu! La mia camera era rosa porcellino fino a due anni fa, cionondimeno vesto in total blue da quando ho iniziato a indicare le cose. La ricerca della felicità trascende le barriere mentali della norma. A passare la vita a rispettare le regole della “normalità” altrui si finisce per non vivere. La “normalità”, quel concetto a me incomprensibile di “bisogna fare così perchè bisogna fare così altrimenti non sta bene, perchè sì”… La “normalità” è una moda, varia in base all’umore della massa; una questione di percezione, di Abitudine. Il cielo è azzurro, ma non se sei un bambino che vive a Pietroburgo, lì è bianco. E i peli, vogliamo parlarne? A parte il sempre attuale dibattito su bikini-integrale-natür, che mi dimostra che la gente ha troppo tempo libero…

ILINCA: Questa cosa potremmo chiamarla “daltonismo di conforto”: ci sono persone che vedono solo l’azzurro e il rosa.

MARIELLA: Parlare di genere è un atto politico? Decisamente sì, assolutamente! Mi dispiace, mi dispiace, io continuo a sentirmi vicina a quel che fu il movimento femminista e pensare di sì. E’ politica, politica, politica e politica. Ma quella bella eh, non quella che si trasforma in uomini e Floris amici di Maria con c’è posta per Gruber. Le femministe, e lasciatemelo dire,  sono state propriamentementissimamente loro ad usare il sostantivo “genere” per riferirsi all’organizzazione sociale del rapporto tra i sessi, impiegato per la prima volta da (femministe) americane per riaffermare la qualità sociale delle distinzioni basate sul sesso. Con la parola “genere” rifiutavano il determinismo biologico implicito, sottolineando l’aspetto relazionale. Sono paroloni, ne sono consapevole, ma vi giuro che basta stare pochi secondi in più del solito per capirne il senso. Eh perchè il senso è decisamente importante, se capite di che senso parliamo.

Parlare di genere, oggi, vuol dire invischiarsi in molte cose e bisogna stare attenti a non inciamparci o farsi affondare da meccanismi impliciti anche a chi si sforza di non cadere in tranelli. No, non voglio parlare del Giendier, quindi genitori spaventati, state calmi e tornate a respirare. Vuol dire parlare di transizione, di queer studies, ma anche del numero e del valore delle rappresentazioni in vari testi, dove per “testi” si intendono anche immagini, film, romanzi, serie tv, pubblicità ed anche la Costituzione! La nostra intoccabile Costituzione! Guardate che possiamo parlare anche delle cose più semplici, eh. Pensiamo alle principesse della Disney! Pensiamo a quanto stanno cambiando le rappresentazioni della donna, dai dai dai! Da Cenerentola a Elsa di Frozen c’è un bel salto, non solo temporale e climatico. Ci si può trovare la sempre tanto dibattuta, purtroppo, questione dei giocattoli per bambini e bambine e relativi colori. “E ai bambini? Nessuno pensa ai bambini?” – grida qualcuno dagli spalti. Uno studio abbastanza recente ha dimostrato che i giocattoli per bimbo Lego sviluppano l’intelligenza spaziale e sono basati sulla costruzione, contro la linea Lego Friends per bambine, il cui focus si concentra più sulla giocabilità, non sulla “difficoltà” di costruire tutto. E ancora, vuol dire parlare di quote rosa, del fatto che lo stipendio delle donne sia tuttora inferiore rispetto a quello di un uomo (stesso contesto, stessa mansione, stesse qualifiche, stesso contratto).

Switch your mind, baby!

MARTINA: Io da piccola giocavo ai lego e volevo a tutti i costi incastrare due pezzi al contrario, non ci riuscivo e ne uscivo disperatamente arrabbiata. E sono ancora arrabbiata adesso, perché i lego non si incastrano al contrario. Vammelo a spiegare che non si può. Perchè non si può? Le mie amiche avevano molti meno problemi esistenziali, loro giocavano con le bambole: le impiccavano giù dal balcone.

EDI: Le mie barbie portavano i pantaloni, vestivano di rosa e avevano la macchina. Alcune avevano la testa rasata e dicevano un sacco di parolacce, tutte facevano sesso tra di loro. Facevano quasi tutto, ma non si sono mai sposate e non hanno mai figliato. Insomma delle vere queer.

Copertina a cura di Ilinca Francisca Cojan

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