La maledizione dello Yemen

Siete stufi del calcio? Non riuscite a sopportare l’idea di interminabili programmi tv ad esso dedicati e valanghe di soldi che ruotano intorno al nostro sport nazionale? Se volete qualcosa di diverso, forse dovreste andare nello Yemen.

Laggiù, tra aridi altopiani e impervie montagne, gli yemeniti non perdono certo il loro tempo azzuffandosi dietro a un pallone. Tutt’altro: il loro sport nazionale è masticare il qāt.

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Rami di qāt

Mai sentito nominare? Il qāt (Catha edulis, per gli inglesi “khat”) è una pianta già nota agli antichi Egizi, da essi considerata sacra: le foglie venivano masticate durante le cerimonie imperiali per vivere esperienze mistiche e trance sensoriali. Anche i Sufi utilizzavano qāt per concentrarsi durante lo studio del Corano ed entrare in comunione con Dio. La linfa del qāt  contengono infatti catinone, un principio attivo simile all’anfetamina.

Ma torniamo in Yemen: qui la pianta è endogena e il consumo di qāt è una tradizione ben radicata nella storia e nella cultura del Paese. Fino agli anni ’60 il suo consumo era un passatempo occasionale riservato esclusivamente all’élite del paese, ma con la crescita del benessere tra gli anni ’70 e ’80 il “tè degli arabi” è diventato più accessibile. Oggi al viaggiatore stanco del calcio potrà sembrare strana ciò che è invece una tipica scena quotidiana a Sana: il sole illumina il suq, rendendo più vivaci i colori delle spezie, e i venditori dietro ai banconi masticano foglie verdi, le guance gonfie come mongolfiere nella quiete del pomeriggio, interrotta solo dal ragliare degli asini.

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Mercante mastica del qāt

Il qāt ora è il passatempo di un’intera nazione: il 90% degli uomini e il 25% delle donne ne fa uso frequente. Molti iniziano a masticare già a mezzogiorno, ma le sessioni avvengono soprattutto di sera, quando gli uomini si riuniscono: il qāt infatti favorisce la socializzazione e la conversazione in un paese dove sono ben poche le alternative per trascorrere il tempo libero (nella capitale è presente solo un cinema). Queste riunioni durano 3 o 4 ore, durante le quali si discute animatamente di attualità e dei problemi del paese, per poi rilassarsi ascoltando le melodie dell’oud, strumento tradizionale yemenita. “Aiuta a rilassarmi: è come bere un boccale di birra” dichiara un consumatore di qat in un intervista al The Guardian. Secondo quanto rivelato da altri uomini, le cosiddette “foglie di Allah” aiutano anche a prevenire un altro tipo di relax: ha infatti lo stesso effetto del nostro Viagra. Per molti yemeniti, quindi,  il qāt è una sorta di “lubrificante sociale”: è “l’alcool dei musulmani” consentito dall’Islam in quanto, come sostiene la popolazione, “lo stesso Allah lo ha creato”. Il qāt viene infatti utilizzato anche nelle cerimonie religiose e nelle veglie di preghiere, soprattutto durante il ramadan: non fa sentire il sonno e consente al fedele di trascorrere tutta la notte in contatto con Dio (così come è usato dagli studenti per non crollare sui libri).Secondo Branko Milanovic, che studia questo fenomeno per la Banca Mondiale, le cosiddette “foglie di Allah” hanno un significato molto più profondo di quello dei drink nei nostri party: rifiutarle significa essere esclusi dal contatto con altre persone, utili sia nella sfera privata che nel business. E così tutti, dai mercanti al Primo Ministro, si fanno regolarmente di qāt.

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Uomini intenti a masticare qāt

Questo passatempo originale, tuttavia, si sta rivelando molto più pericoloso di quanto possa apparire a prima vista. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera il qāt una droga leggera, che crea meno dipendenza di tabacco e alcool ma può provocare effetti collaterali come depressione, insonnia e ulcera duodenale.

Ma a parte questo piccolo particolare, lo Yemen è uno dei paesi più poveri al mondo. Metà della popolazione vive con meno di 2$ al giorno, ma nessuno rinuncia alla sua dose giornaliera. “Guadagno 4000 ryial al giorno, e ogni giorno ne spendo 1000 in qāt” rivela un uomo al The Guardian. Mediamente, le famiglie yemenite spendono 1/3 del loro stipendio proprio per le loro amate foglie, che ai loro occhi hanno un prezioso vantaggio: riducono l’appetito. Per le famiglie più povere, comprare qāt significa risparmiare sul cibo, favorendo tuttavia malnutrizione con le relative malattie.

Una popolazione intenta a masticare foglie è inoltre meno incline a protestare contro le malefatte del governo, e spesso le accese discussioni che profumano di qāt non portano a nulla di concreto: “Finita la discussione ti sembra di aver risolto tutti i tuoi problemi, ma in realtà nelle ultime 4 ore non hai fatto nient’altro che masticare foglie e i tuoi problemi stanno semplicemente peggiorando” dichiara al Time Adel al-Shujaa, professore di scienze politiche all’Università di Sana e capo dell’associazione “Yemen Senza Qāt”. “Tutte le decisioni che hai preso erano cattive perché le hai fatte sotto l’effetto del qāt”. Queste sedute di masticazione, esclusivamente maschili, rendono inoltre più solida la barriera sociale già presente tra uomini e donne, favorendo l’esclusione di quest’ultime dal potere.

Ma la cosa peggiore del qāt è che sta letteralmente prosciugando lo Yemen: nel Paese, dove la siccità è praticamente endemica, il 30% delle risorse idriche (principalmente falde acquifere formatesi migliaia di anni fa) sono destinate alle colture di qat, che si stanno espandendo. Questa pianta infatti può essere coltivata per tutto l’anno, le foglie vengono pagate all’istante e frutta molto più denaro del caffè, i cui prezzi sono crollati già dagli anni ’90. Ma come trovare dell’acqua? Realizzare impianti di desalinizzazione delle acque marine è impensabile per uno dei Paesi più poveri al mondo, che di questo passo rischia di diventare la prima nazione priva di risorse idriche.

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Piantagione di qāt

Le piante di Catha edulis occupano inoltre i terreni più fertili, un tempo destinati al caffè e alle colture alimentari. Per sopperire alla diminuzione di terreni disponibili per queste ultime, il governo è costretto ad importare la maggior parte di risorse alimentari, rendendosi sempre più dipendente dagli stati limitrofi e aumentando il rischio di carestia. Come se non bastasse, molti ministri e leader dei clan più influenti sono direttamente coinvolti della produzione e nel commercio di qāt, i cui introiti costituiscono il 10% del Pil nazionale.

In realtà sono in molti gli Yemeniti che vogliono far uscire il Paese da questa dipendenza collettiva: già nel 2008 in una scuola elementare a Sana’a venne lanciato un programma di educazione sul qāt, che venne tuttavia interrotto dopo le proteste dei genitori: non sopportavano infatti che ai loro figli venisse insegnato che ciò che per loro è una tradizione fosse una pratica dannosa.

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Manifestazione contro il qāt a Sana’a

L’11 gennaio 2012 la giornalista Hind al-Eryani istituì il “No qāt day”, invitando i connazionali a non masticare qāt il giorno seguente. L’iniziativa riscosse un grande successo sui social media e divenne il primo passo di una vera e propria campagna di sensibilizzazione contro l’uso di questa droga, ponendosi come primo obiettivo il divieto di masticare negli edifici governativi. “Per gli yemeniti è normale che i propri politici consumino qat in parlamento. Questo perché sin da bambini sono abituati a vedere i loro genitori masticare tutto il giorno. È da loro che bisogna cominciare”. dichiara la giornalista a La Repubblica. La campagna è sostenuta soprattutto dai giovani, che vedono nelle foglie il simbolo della vecchia dittatura che annebbia le menti e gli spiriti del popolo.

Gli sforzi di Hind al-Eryani e di associazioni come “Yemen Senza Qat” sono stati tuttavia premiati: da maggio 2016 è entrato in vigore un bando che proibisce la vendita di qat nei giorni lavorativi, con tanto di posti di blocco e poliziotti che pattugliano i suq cittadini.

Ebbene, temo che tra qualche decennio anche lo Yemen sarà in balia del maledetto calcio!

 

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