DA HOFMANN A HOFFMANN – VITA, EFFETTI E MIRACOLI DELL’LSD

ah010Le scoperte più eclatanti si fanno per caso, è appurato. Ed è proprio per caso che un giorno il ricercatore e scienziato svizzero Albert Hofmann ebbe la rivelazione che cambiò la sua vita e quella di molti altri nel mondo passato, presente e futuro.
È il 16 aprile 1943. Albert è intento nel suo laboratorio a studiare i risultati di una ricerca che aveva condotto ben cinque anni prima e che il mondo si era già dimenticato. Maneggiando gli strumenti, per errore si versa addosso un po’ della sostanza che stava sintetizzando e comincia ad avere strane vertigini, si sente euforico e confuso, ma torna in sé in poco tempo. Incuriosito, qualche giorno dopo decide di tentare un nuovo esperimento e ingerisce 250µg di quella stessa sostanza, prima di farsi un giretto in bicicletta che non poté mai dimenticare. Fu così che si scoprirono gli effetti dell’LSD.

La storia di questa droga risale in realtà a molto prima che Hofmann la identificasse e le persone la assumevano inconsapevolmente in molte parti del mondo fin dal Medioevo. Essa deriva infatti da un fungo che cresce generalmente su alcune forme di cereali come l’orzo e la segale, molto consumate in Europa in quel periodo. I suoi effetti erano quelli di una forte intossicazione, che poteva spesso causare paralisi e cancrena, oppure improvvisi attacchi di epilessia. Nella forma più blanda l’intossicazione da questo fungo provocava forti irritazioni cutanee e herpes, quello che tradizionalmente chiamiamo Fuoco di Sant Antonio. Si dice infatti che i pellegrini che dal Nord Europa scendevano in Italia per fare visita ai santuari del santo guarissero miracolosamente dal morbo. In realtà si suppone che la guarigione fosse dovuta al passaggio da una dieta a base di segale (contaminata) a una a base di grano (immune al fungo). Gli uomini medievali non avevano tuttavia i mezzi per arrivare a tale ragionamento e davano la colpa di questo male al diavolo. Si dice tra l’altro che il grande pittore fiammingo Hieronymus Bosch abbia tradotto nella sua arte le allucinazioni dovute all’assunzione accidentale del fungo e la leggenda derivatane, in particolare nel Trittico delle Tentazioni di Sant Antonio, risalente al 1501 circa:

bosch

(Mostriciattoli e diavoletti invadono gli scenari fantastici e a tratti da incubo di Bosch. Da notare la coppia di pagnottelle appena sfornate nell’ultima sezione a destra che il santo osserva bramosamente)

Tra gli altri effetti che poteva scatenare un’intossicazione da segale cornuta (così si chiama la segale contaminata dal fungo) ci sono anche le non meno rilevanti allucinazioni, che di certo non contribuivano a scagionare l’innocente demonio. Ancora alla fine del Seicento eventi di isteria collettiva, epidemie inspiegabili e allucinazioni erano considerate frutto di stregoneria, come ad esempio avvenne, si sospetta, negli Stati Uniti, quando nella cittadina di Salem si svolsero i processi alle streghe. Gli studiosi non escludono che la popolazione locale fosse entrata a contatto con cibo contaminato e che ne avessero sviluppato alcuni sintomi, rifacendosi così per paura e ignoranza (e certo anche bigotteria) sui loro stessi concittadini, sospettati di aver usato le arti oscure.

Paradossalmente, proprio nel paese in cui la segale cornuta aveva causato una simile strage di innocenti, negli anni ’50 del Novecento si vede un boom di prescrizioni mediche di LSD alle casalinghe disperate del sogno americano. Frustrate da una vita di reclusione negli ambienti domestici e familiari, non potendo resistere psicologicamente al ruolo “naturale” di moglie-e-madre-in-cucina imposto loro dalla società, le donne americane ricorrevano a sostanze chimiche per non impazzire e mandavano giù allucinogeni come fossero caramelle. Lo stesso avveniva tra gli uomini, specialmente tra coloro che tentavano di reprimere la propria omosessualità o che semplicemente facevano fatica a rispecchiare il mito del macho ritenuto altrettanto “naturale” per i maschi. Per approfondire l’argomento consiglio la lettura dell’articolo di Cody Delistraty Ogni epoca ha la sua droga, in “Internazionale” n. 1189, pp. 51-55.

Se prima dell’identificazione e della sinterizzazione dell’LSD gli effetti di questo fungo venivano temuti e demonizzati, con Hofmann la situazione si capovolge. Ad oggi, oltre ad essere una droga molto demonizzata dai benpensanti e molto apprezzata dagli estimatori, alcuni suoi componenti vengono anche utilizzati in medicina per curare l’emicrania e le endometriti e per controllare le contrazioni uterine post-partum.

Anche gli scrittori hanno saputo trarre giovamento dall’LSD, basti pensare alla svolta avvenuta nella produzione di Huxley dopo averne provata una dose (leggetevi per esempio Mondo Nuovo del 1932 e mettetelo a confronto con L’isola del 1962, uno sballo). Ma esistono anche autori di cui non si conoscono i rapporti coi narcotici e che tuttavia sembrano rispondere di tutti i sintomi del caso, come E. T. A. Hoffmann, scrittore e musicista tedesco vissuto tra Settecento e Ottocento che con lo scopritore dell’LSD non ha in comune solo il nome (anche se con qualche effe in più), ma anche una certa predisposizione per immagini di colorita “fattezza”, ricche di allucinazioni, di sonorizzazioni di colori, visualizzazioni di odori e improvvisi attimi di euforia, sintomi tipici dell’LSD, il tutto di buona norma associato al mondo magico e a una vasta simbologia religioso-letteraria. Hoffmann con due effe non si drogava, ma certo beveva molto, moltissimo, e questo forse riusciva a produrre lo stesso effetto. Vi propongo quindi per l’occasione una mia personale traduzione di un frammento tratto da una delle sue opere più note, Il vaso d’oro, del 1814.
Buona lettura!

PRIMA VEGLIA

Le disgrazie dello studente Anselmo. – Il tabacco del revisore Paulmann e i serpenti verdi dorati.

Il giorno dell’Ascensione a Dresda alle tre del pomeriggio un giovanotto uscì correndo attraverso la Porta Nera e finì dritto dentro a un canestro di mele e dolcetti che una brutta vecchiaccia esponeva in vendita, cosicché tutto ciò che fortunatamente scampò all’ammaccamento venne scaraventato fuori e i ragazzetti di strada si spartirono allegramente il bottino che quel frettoloso signore aveva loro gettato. Alle grida che sollevò la vecchia, le comari abbandonarono i loro banchi di dolci e vino caldo, accerchiarono il giovanotto e cominciarono a inveire contro di lui con volgare irruenza, cosicché egli, ammutolendo per la rabbia e la vergogna, porse il suo piccolo e neppure così rigonfio borsellino, che la vecchia afferrò avidamente e intascò in fretta. Allora lo stretto cerchio si aprì, ma, mentre il giovanotto sfrecciava via, la vecchia gli gridò dietro: “Sì, corri – corri pure, figlio del diavolo – nel cristallo cadrai presto – nel cristallo!”.

[…]

“Avrebbe mai qualcuno nel mondo potuto pensar male di me? – No, dico io! Le ragazze si sarebbero guardate ridendo così maliziosamente, proprio come succede di solito quando ho il coraggio di mostrare che anche io sono un uomo di mondo e che so ben come comportarmi con le signore. Ma il diavolo mi ha mandato a finire in quel maledetto canestro di mele e adesso devo fumarmi il mio tabacco tutto solo.” Qui lo studente Anselmo venne interrotto nel suo monologo da uno strano gocciolio e fruscio che si sollevava vicinissimo a lui nell’erba ma che poi subito scivolò su tra i rami e le foglie del sambuco che si incurvava sopra la sua testa. Ora sembrava che il vento della sera stesse scuotendo le foglie, ora che uccellini si muovessero qua e là tra i rami in un capriccioso battito di aluccie. Poi cominciò a bisbigliare e sussurrare e sembrava che i boccioli risuonassero come campanelle di cristallo appese. Anselmo ascoltò e ascoltò. Allora, lui stesso non sapeva come, il sussurrio e il bisbiglïo e il tintinnio divennero parole sommesse e mezzo portate via dal vento:
“Qui e là – ora e poi – attraverso i rami, attraverso i boccioli rigonfi, oscilliamo, serpeggiamo, ci attorcigliamo – sorelline – sorelline, ti faccio oscillare nel luccichio – svelto, svelto quassù – quaggiù – il sole della sera richiude i suoi raggi, sussurra il vento della sera – fruscia la rugiada – i boccioli cantano – la linguetta noi muoviamo, cantiamo con boccioli e rami – le stelle presto brillano – dobbiamo qui e là, ora e poi serpeggiare giù, attorcigliarci, oscillarci, noi sorelline.”
Così andava avanti il discorso dal senso sconvolgente. Lo studente Anselmo pensò: “Questo è certo soltanto il vento della sera, che oggi soffia con parole ordinatamente comprensibili.” Ma in un batter d’occhio risuonò sul suo capo come un triplo rintocco di chiare campane di cristallo; egli guardò all’insù e scorse tre serpentelli risplendenti di un verde dorato che si erano attorcigliate ai rami e che levavano le testoline contro il sole della sera. Allora il bisbiglïo e il fruscïo ricominciarono nuovamente parola per parola, e i serpentelli sgusciarono delicatamente su e giù tra le foglie e i rami, e da come così velocemente si muovevano, sembrava che il sambuco spargesse migliaia di sfavillanti smeraldi attraverso le sue foglie chiare.
“Questo è il sole della sera, che gioca così nel sambuco”, pensò lo studente Anselmo, ma allora risuonarono di nuovo le campane e Anselmo vide che un serpentello abbassava la testolina verso di lui. Per tutte le membra gli corse come una scossa elettrica, egli tremò nel profondo dell’animo – guardò fisso in alto e un paio di splendidi occhi blu lo osservavano con inesprimibile struggimento, così che un sentimento sconosciuto di somma felicità e di profondo dolore gli esplose in petto. E appena egli, pieno di ardente desiderio, guardava in quegli incantevoli occhi, con soavi accordi risuonavano più forti le campane di cristallo, e gli sfavillanti smeraldi cadevano su di lui e lo avvolgevano, tremolandogli attorno in migliaia di fiammelle e giocando con rilucenti fili dorati.
Il sambuco si mosse e parlò: “Tu giacesti alla mia ombra, il mio profumo ti avvolgeva, ma tu non mi capisti. Il profumo è la mia lingua, quando lo accende l’amore.” Il vento della sera alitò e parlò: “Io sfiorai la tua tempia, ma tu non mi capisti, il soffio è la mia lingua, quando lo accende l’amore.” I raggi del sole irruppero tra le nubi e il bagliore arse come a dire: “Io versai attorno a te oro incandescente, ma tu non mi capisti; calore è la mia lingua, quando la accende l’amore.”
E sempre più profondamente e profondamente immerso nello sguardo di quello splendido paio di occhi, si fece più ardente lo struggimento, bruciante il desiderio. Allora tutto scrosciò e si mosse, come riportato a lieta vita. Fiori e boccioli profumarono tutto qua e là, e il loro profumo era come il meraviglioso canto di migliaia di flauti, e ciò che cantavano lo riecheggiavano le sfuggenti nubi dorate della sera in terre lontane. Ma non appena l’ultimo raggio di sole sparì svelto dietro le montagne e il crepuscolo versò il suo velo sul paesaggio, una voce roca e profonda chiamò, come da molto lontano:
“Ahi, che dicerie e mormorii son questi, di là? – ahi, chi mi cerca ancora il raggio dietro alle montagne? – si è soleggiato abbastanza, si è cantato abbastanza – ahi, tra il cespuglio e l’erba – tra l’erba e il fiume! – Ahi, – ahi – qui so-o-otto – Qui so-o-otto!”
Così svanì la voce come nel mormorio di un tuono lontano, e le campane di cristallo si’infransero in una tagliente nota stonata. Tutto era ammutolito, e Anselmo vide come i tre serpenti rilucenti e scintillanti sgusciarono nell’erba verso il fiume; strisciando e strusciando si gettarono nell’Elba, e al di sopra dei flutti dove erano sparite crepitò un fuoco verde, che si dissolse luccicando in direzione obliqua verso la città.

Traduzione di Martina Manzone. Tratto dal primo capitolo de Il vaso d’oro (Der goldne Topf, 1814), di E. T. A. Hoffmann.
Testo in lingua originale: http://gutenberg.spiegel.de/buch/der-goldne-topf-3103/2

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