Tossiche di classe

Tutto iniziò nella notte dei tempi, per non essere esatti intorno a 10 000 anni fa, quando l’uomo di Cro-Magnon già ne perdeva i chicchi tra le sue palafitte. Più seriamente, i primi a parlarne furono i Sumeri, che circa 5000 anni fa lo chiamavano la Pianta della Gioia.

Di cosa stiamo parlando? Di un fiore, un semplice fiore che affascina gli esseri umani da migliaia di anni: il Papaver somniferum, conosciuto da tutti con il nome della sua resina, l’oppio, dal greco òpion, succo. La storia delle droghe è interessante perché quasi tutte sono passate da un periodo di accettazione sociale che fa stupire noi, vissuti nell’epoca del proibizionismo assoluto (ah già vero, c’è l’alcool). Infatti i derivati dell’oppio nell’Ottocento finirono persino nelle bocche dei bambini, che tra un boccale di birra e un cucchiaino di sciroppo oppiaceo possiamo immaginare che si sentissero molto introspettivi.

Dopo i Sumeri arrivò agli Egizi, ma i più formidabili consumatori di oppio nella storia dell’uomo sono stati i Cinesi, che iniziarono a coltivarlo a partire dal 2800 a.C., per finire nel 1946 ad essere 40 milioni consumatori abituali. Tranquilli, ci ha pensato Mao. Ma non volevo farvi il sermone sul valore storico e sociale del papavero, bensì volevo parlarvi di una precisa fetta di consumatori, anzi consumatrici, che tra seconda metà dell’Ottocento e inizi del Novecento aiutò ad inaugurare un soggetto innovativo per l’arte contemporanea europea: la tossica. Mai più le donne tossicodipendenti furono tanto affascinanti, almeno fino a Patty Pravo.

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Fate attenzione, uomini! Diffidate dalle fanciulle con le braccia a puntini, sono delle drogate schifose!

Per i derivati dell’oppio c’è l’imbarazzo della scelta. Già nel 1522 tal signor Paracelso inventò uno sciroppo derivato da un alcaloide dell’oppio, e lo chiamò Laudano (e poi morì bevendo troppa della sua stessa invenzione). Se pensate di ritenervi puramente intaccati da questo tipo di sostanze, allora vi domando: avete mai preso un Tachidol? Dentro c’è la codeina, che è un oppiaceo anch’essa, ed è molto utile in parecchie situazioni. Ma quell’alcaloide scoperto da Paracelso, venne definitivamente isolato da un tale Armand Séquin nel 1804, che diede il nome alla sostanza in memoria del dio del sonno, Morfeo: era nata la morfina!

Proprio nell’Ottocento, la morfina ebbe un successo tale che si può dire che l’oppio rimase in ombra. La cosa più esilarante è che la morfina venne immessa sul mercato a partire dal 1814 come analgesico e come cura per la dipendenza dall’oppio!

Prima di perderci nel mondo di queste tossiche di fin-de-siècle, bisognerà mettersi la camicia da notte, mettersi a letto e preparare la dose. Cominciamo:

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Santiago Rusiñol, Before, 1894

L’opera di Rusiñol, pittore catalano di stampo simbolista prima e modernista poi, è il prodotto dell’influenza francese che il pittore subì quando si trasferì a Parigi nel 1889. L’ambiente della camera è scuro, triste, come l’aria fosse pesante. La donna, accomodata nel suo letto, è probabilmente in uno stato di lieve astinenza, che le sta facendo bramare nervosamente la sua prossima dose di morfina.

Come abbiamo precisato, l’oppio era di gran moda ma la morfina molto di più, soprattutto perché serviva ad eliminare il bisogno del primo. Ma una delle opere più famose su questo tema ci pone un dubbio ancora più bilaterale, che sfocia nella infinita diatriba tra droghe pesanti e droghe leggere.

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Gaetano Previati, Fumatrici di oppio/hashish, 1887

Questo dipinto del 1887, che rappresenta la corrente divisionista e simbolista italiana, è descritto in alcuni casi come Fumatrici di hashish, mentre in altri come Fumatrici di oppio. Visto che per alcuni il passaggio dalle canne alle siringhe sotto i ponti è labile, ho deciso che si tratta di hashish, e che questo è solo l’inizio.

Rimaniamo in Italia, con un’opera risalente probabilmente a prima del 1867. Rispetto al quadro precedente, troviamo qui una figura più accademica e idealizzata, e neppure troppo bellina. Carlo Sara, tra un ritratto a Garibaldi e uno a Vittorio Emanuele III di Savoia, si era soffermato su un tema caro all’epoca dipingendolo con lo stile di quello che sarebbe sfociato nella Civica Scuola di Pittura di Pavia, che fu sotto la sua direzione per qualche anno.

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Carlo Sara, Fumatrice d’oppio, 1867

La prossima è un incisione, e siamo sempre nel 1887. L’autore, Albert Besnard, fu un accademico vero: studiò alla Belle arti di Parigi, vinse il Prix de Rome e gli consegnarono pure la Legion d’Onore. Nonostante fosse ben inserito, si avvicinò anch’egli al movimento impressionista, ma con molta discrezione. In questa opera, ospitata al Metropolitan Museum di New York, le due signorine sono colte in un momento intimo e pensoso, un attimo dopo essersi iniettate la loro linfa preferita. Le donne sono immerse in un ambiente fumoso, pieno di movimenti, che ricorda un po’ l’ovattamento che procura la sostanza stupefacente.

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Paul-Albert Besnard, Morfinomani, 1887

La morfina divenne molto diffusa tra la borghesia di Londra e Parigi, e moltissime donne iniziarono a farne uso, anche in compagnia. Le cause principali per cui questa droga prese piedi sono essenzialmente le stesse che portarono le casalinghe americane degli anni ’50 a curarsi con l’LSD. La vita sottomessa e monotona delle donne di buona famiglia, che rimanevano a casa ad aspettare che i mariti tornassero da bordelli e caffè letterari, portò presto le case farmaceutiche a sfregarsi le mani e pensare “Vi abbiamo trovato un passatempo!”. Uno dei primi studiosi delle conseguenze della tossicomania da morfina fu lo psichiatra Jacques-Joseph Moreau, che ci offre questa rappresentazione abbastanza realistica di ciò che facevano le amiche all’epoca:

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Jacques-Joseph Moreau, Les Morphinées

Moreau fu colui che introdusse a Parigi l’hashish, e non solo: fondò il famoso Club degli Hashischins, gruppo di ritrovo di artisti e studiosi dell’epoca per assaggiare le nuove droghe che arrivavano da oriente. Oggi si direbbe che si beccavano per farsi le canne, ma la storia vuole portare alto il nome di Victor Hugo, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas e Charles Baudelaire, quindi diremo che si trovavano per sperimentare nuove sensazioni tra il delirio e l’onirico.

Ma un simbolo indiscusso delle morfinomani ottocentesche è la cromolitografia di Eugène Grasset, del 1897.

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Eugène Grasset, Morfinomane, 1897

L’impeto in cui è ripresa la signorina è ineguagliabile: Trainspotting in confronto è senza pathos. Grasset, disegnatore svizzero, lavorò soprattutto come cartellonista pubblicitario e si può inserire pienamente in ambito Liberty.

A proposito di art nuveau e cose morbide, questo dipinto di Albert Matignon è un misto perfetto tra la raffigurazione dell’amicizia femminile e l’amore per le sostanze. Sembrano quasi sirene, immerse in morbide sete bianche, che contrastano nel loro candore con l’azione viziosa che stanno compiendo. Anche Matignon arrivava dal mondo dell’illustrazione, e questo dipinto dovrebbe essere del 1905.

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Albert Matignon, Les Morphinées, 1905 (?)

Molto più in linea con il gusto orientaleggiante della fin-de-siècle è questo dipinto dell’artista romeno Theodor Pallady, che spinto dalla passione per l’impressionismo, arrivò a Parigi nel 1889, dove lavorò con Matisse. Fu proprio quest’ultimo a influenzarlo in chiave Fauves, movimento all’interno del quale potremmo benissimo inserire questo dipinto, dove la signorina è molto più rilassata della precedente, e invece di iniettarsi violentemente della morfina fuma oppio da un narghilè.

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Theodor Pallady, Fumatrice d’oppio, post 1889

Sempre molto orientale ma molto meno Fauves è questo ritratto di odalisca stravaccata a testa in giù che si gode l’effetto della fumata.

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Charles Edouard Edmond Delort, A Voluptuous Smoker

Scavalliamo il secolo diciannovesimo per guardare a un’opera molto oscura e che, a mio dire, rappresenta al meglio la dipendenza: è il dipinto di Josef Váchal, scrittore e pittore ceco, che tra gusto popolare e occultismo, tra simbolismo e forse un pizzico di espressionismo, ci dona il volto cadaverico di una fumatrice nel 1910.

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Josef Váchal, Fumatrice d’oppio, 1910

Lo sguardo diretto, sfacciato, tagliente dell’ultima elegante signora è stato ritratto da Vittorio Corcos. L’espressione di questa donna esprime tutto l’astio e il menefreghismo di una società femminile stanca delle costrizioni in cui era inserita, dove l’unica ribellione plausibile poteva essere la droga.

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Vittorio Corcos, La morfinomane, 1899

Chiudiamo la nostra retrospettiva con la ragazza che, all’inizio dell’articolo, si stava preparando la sua dose. A iniezione avvenuta, la stanza si illumina improvvisamente, i colori si fanno più freschi: espressione estetica di come la droga abbia avuto magicamente il suo effetto distensivo.

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Santiago Rusiñol, After, 1894
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