“Tutte le mattine si alzano un furbo e un bischero…” – Alle origini del termine

Articolo del nostro corrispondente fiorentino di origine controllata, Lorenzo Brunetti.

“Bischero” è una parola del dialetto fiorentino tuttora in largo uso nel capoluogo toscano e difficilmente traducibile in italiano. Certo, alcuni vocaboli come “scemo”, “cretino”, “stolto” si avvicinano come significato, ma manca sempre quella sfumatura irriverente e dissacrante tipica dei fiorentini.
Chi è il vero “bischero”? Nella maggior parte dei casi non è semplicemente uno scemo, ma uno scemo che si crede furbo, e quindi ancora più scemo. Il presupposto naturalmente è che sono il contesto e il tono con cui ci si esprime che ne determinano il vero significato. Darsi del “bischero” tra amici di lunga data è spesso un modo bonario e affettuoso di rivolgersi all’altro (viene comunemente usato anche “bischeraccio”), darsi del “bischero” tra sconosciuti che si sono appena scontrati in macchina ha un’accezione decisamente meno benevola e scherzosa.

“Oh bischero!” – oh persona di poco intelletto, lenta di riflessi, ascolta me che sono più furbo di te.

“Tre volte bono vol di’ bischero” – Essere troppo buoni rende vulnerabili.

Quali sono le origini di questo termine?
Nel XIII secolo abitava a Firenze la famiglia dei Bischeri, o meglio dei Bischèri (dettaglio importante come vedremo in seguito), proprietaria di palazzi, case e botteghe situate dietro alla vecchia Cattedrale di Santa Reparata, all’angolo tra le attuali via del Preconsolo e via dell’Oriuolo.

16388793_10211886347263028_1081457268_oUna testimonianza della presenza della famiglia dei Bischèri è anche incisa su una lastra in marmo con su scritto “Lotti dei Bischeri” vicina alla porta detta “del campanile” all’interno della cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Era una larga ed onesta famiglia di commercianti e alcuni suoi membri ricoprirono anche cariche pubbliche all’interno della Repubblica Fiorentina, per l’esattezza quindici Priori e quattro Gonfalonieri. Alla fine del ‘200 il Comune cominciò la cosiddetta Opera del Duomo, ovvero la costruzione dell’attuale Duomo di Firenze, la cattedrale di Santa Maria del Fiore, che avrebbe dovuto sostituire la vecchia Santa Reparata. Il progetto però richiedeva ampi spazi per i lavori, il perimetro del Duomo avrebbe superato infatti di ben quattro volte quello di Santa Reparata, e inoltre dovevano essere utilizzate rampe lunghe anche due o trecento metri per salire con i carri fino alla parte alta della vecchia cattedrale. La Repubblica Fiorentina quindi diede l’ordine di abbattere tutto ciò che si trovava nei suoi dintorni comprese case, botteghe, chiassi e palazzi. I proprietari degli edifici vennero ricompensati con un equo indennizzo per ricostruirsi le loro proprietà in altre zone della città. Tutti accettarono tranne i Bischèri. Con la scusa che la loro famiglia era molto larga e dovevano prima mettersi d’accordo tutti tra di loro tirarono la faccenda per le lunghe, cercando in questo modo di far lievitare il prezzo. Infatti, più le loro case erano di ostacolo ai lavori più il Comune offriva in termini di denaro, nel tentativo di convincerli definitivamente ad abbandonare le loro proprietà. Quando ormai i lavori non poterono più andare avanti perché gli edifici dei Bischèri lo impedivano venne fatto un ultimo tentativo di accordo che però, come i precedenti, non ebbe successo. Sia il Comune che il popolo ormai erano molto infastiditi da questa situazione che non sembrava sbloccarsi in nessun modo.

Sulla sinistra il disegno della vecchia cattedrale di Santa Reparata che stava andando in pezzi e non faceva bella figura di fianco al nuovo Battistero di San Giovanni. Sulla destra la differenza tra i perimetri dell’attuale Santa Maria del Fiore e di Santa Reparata.

“‘un fare i’bischero via” – sei in preda a un comportamento sconsiderato.

 “Te tu c’hai i’bischero pe’ i’capo” – sei in preda a un comportamento sconsiderato da più di un quarto d’ora.

Ma una notte all’improvviso una coltre di fumo denso e scuro che partiva dalla zona dell’Opera del Duomo si stagliò sopra tutta la città. Le campane suonarono l’allarme e la popolazione accorse per vedere cosa stesse succedendo. Tutte le case, le botteghe, i depositi e i magazzini con le mercanzie dei Bischéri stavano andando a fuoco (chi l’avrebbe mai detto!) e la famiglia in pochi minuti perse tutte le sue proprietà. Avevano tirato troppo la corda e ne stavano pagando amaramente il prezzo. Per loro fu un tracollo sia economico che morale. Da quel momento i fiorentini cominciarono anche a storpiargli il nome, cosicché da Bischèri iniziarono ad essere chiamati Bìscheri, espressione che poi è diventata di largo uso popolare per indicare appunto in senso dispregiativo coloro che, pensando di essere furbi, in realtà hanno poco senno.

La maggior parte della famiglia fu così costretta ad emigrare in Emilia dove si stazionò per diversi decenni tra le province di Parma e Bologna. Circa 200 anni dopo, agli inizi quindi del 1500, i discendenti dei Bischeri, che nel frattempo avevano fatto fortuna, si presero una parziale rivincita. Infatti tornarono a Firenze, dopo aver mutato il loro nome in quello significativo di Guadagni, e vollero comprare un palazzo più vicino possibile a quello che era stato di loro proprietà nei secoli precedenti. Tuttora il palazzo che si trova dietro l’abside del Duomo all’angolo tra la piazza e via dell’Oriuolo si chiama Palazzo Guadagni e l’incrocio tra le due strade prende il nome di Canto dei Bischeri.

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“Tutte le mattine si alzano un furbo e un bischero: se si incontrano l’affare è fatto”.

“Pe’ bischeri non c’è paradiso” – Sono talmente disadattati che starebbero male anche nel luogo migliore del mondo.

Ringrazio Franco Ciarleglio, con cui ho avuto un’interessante conversazione telefonica, nella quale mi ha illuminato su alcuni passaggi della vicenda. – L. B.

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