Cinque esperimenti da non ripetere a casa

Per questo numero ho pensato di scoprire qualcosa sulle sperimentazioni fatte da esseri umani su altri uomini. Nel corso della ricerca mi sono imbattuta negli aneddoti più inquietanti, come gli “studi” effettuati sui prigionieri nei campi nazisti, nei gulag sovietici, nelle carceri mediorientali durante la guerra in Iraq o nei regimi coreani del secondo dopoguerra. Si passa a rassegna uno spettro di fantasia e sadismo che va dal far precipitare persone senza paracadute, all’infettare prigionieri con il virus della sifilide, al far ingerire loro foglie di cavolo avvelenate… per pura curiosità scientifica. Mi sono concentrata in particolare sugli esperimenti sociologici e psicologici, che, tra le “idee del cazzo” di cui sopra, sono forse quelle che lasciano più spazio alla riflessione e che, almeno in linea di principio, potevano avere un fondamento teorico. Ciononostante, per incompetenza degli scienziati che li conducevano o semplicemente perché erano eccessivamente fantasiosi, tutti questi tentativi sono finiti decisamente male o hanno scampato di poco la catastrofe.

La Terza Onda

Ron Jones nel 1967 in California ha affrontato un difficile problema didattico, quando durante il suo corso di storia alla Cubberley High School di Palo Alto si è ritrovato di fronte a un gruppo di adolescenti che non riuscivano a comprendere le dinamiche del sistema nazionalsocialista e come esso avesse potuto prendere piede in Germania. Oggi si farebbe un excursus sul sistema di propaganda sfruttato dal partito e sul procedimento con il quale venne avviato l’Olocausto, avendo a disposizione una vasta produzione letteraria e cinematografica a cui attingere. Jones negli USA degli anni Sessanta al contrario ha optato per un metodo più pratico. Una pessima idea che ad oggi nessuno si sogna di ripetere, tranne che a Taiwan nel dicembre scorso, a quanto pare.
L’insegnante istituì in classe un sistema autoritario sullo stampo dei poteri totalitari, ponendo l’accento su disciplina, unione e omologazione a scapito di individualità e democrazia. Chiamò il movimento The Third Wave, La Terza Onda, e stabilì un gesto di saluto con cui i membri del gruppo si sarebbero dovuti riconoscere anche al di fuori della scuola. In pochi giorni si unirono al movimento molti altri studenti, accolti tramite un rito di iniziazione. Ogni membro riceveva gadget identificativi e svolgeva un preciso compito e chi non si atteneva alle regole imposte veniva denunciato e punito.
L’esperimento è stato documentato solamente da qualche citazione sul giornale della scuola e da un libro pubblicato dallo stesso Jones nel 1976: il quarto giorno l’insegnante capì che la situazione gli stava sfuggendo di mano e decise di radunare tutti gli studenti coinvolti con la scusa di una manifestazione, ma invece di un discorso di partito li mise di fronte alla realtà degli eventi: avevano ricreato lo stesso ambiente psicologico e sociale che si era instaurato nella Germania nazista e avevano sperimentato personalmente i primi effetti del sistema totalitario. Concluso ufficialmente l’esperimento Jones proiettò un documentario sul nazismo, così che gli studenti potessero confrontare la propria esperienza con quelle immagini.
Da questa vicenda è stato tratto un film, Die Welle, L’onda, del tedesco Denis Gansel del 2008. L’aspetto formale della storia viene ovviamente romanzato nella versione cinematografica, dove si stabilisce un’atmosfera iniziale da commedia pedagogica per sfociare attraverso scene di violenza in un finale tragico, in questo caso davvero limitato solo al film, fortunatamente.

L’effetto Lucifero

Philip Zimbardo è uno psicologo statunitense, di quelli che si vedono nei programmi televisivi per il pubblico di massa con t-shirt casual, auricolare all’orecchio destro e atteggiamento comunicativo da venditore di auto, mentre presenta il suo ultimo libro di psicologia fai-da-te, tipo quelli che ti spiegano come migliorare la tua vita in dieci mosse. Costui nel 1971 a Stanford tentò un esperimento per studiare il comportamento umano in una società influenzata dalla divisione in gruppi di appartenenza gerarchici, come quella carceraria. Selezionò 24 studenti volontari (maschi) e ne assegnò alcuni al gruppo delle guardie e altri a quello dei prigionieri. Ai partecipanti fu imposto il protocollo del sistema carcerario all’epoca in vigore in quello Stato (divise, manganelli e mantenimento dell’ordine per i secondini e reclusione, regole comportamentali e perquisizioni vere per i detenuti), nel tentativo di osservare come evolvessero i rapporti tra le due fazioni. In sostanza si cercava di stabilire come possa mutare l’atteggiamento di un individuo sano e comune in una condizione ostica e inusuale. In molti potrebbero osservare “non bastavano le testimonianze dei reduci dei lager o le vicende storiche nelle colonie?” No. “Non era sufficiente l’esperimento svolto dieci anni prima, quello riportato da Hanna Arendt in La banalità del male?” Boh. E in effetti, come era prevedibile, ben presto l’esperimento prese una piega talmente drammatica da dover essere interrotto prima del previsto, poiché le guardie avevano cominciato a essere brutali, mentre i carcerati organizzavano pericolose rivolte e coalizioni. Zimbardo chiamò questo fenomeno “effetto Lucifero”, nel tentativo di fare un’associazione tra violenza e demonio, forse, ma il cui riferimento mitologico risulta poco azzeccato. Tutto regolare, direte voi, era plausibile un esito simile; d’altra parte a questo serviva l’esperimento. Tuttavia alcuni studiosi hanno sollevato pesanti accuse contro lo psicologo, sostenendo che egli avesse manipolato il comportamento delle guardie, agendo da sovrintendente e dando direttive implicite, fomentando gli atteggiamenti aggressivi.
Un dato certamente molto sconcertante è il fatto che, mentre i carcerati si dimostrarono sollevati e felici per l’interruzione dell’esperimento, i secondini parvero alquanto delusi e insoddisfatti.
Consiglio di leggere l’articolo della prof. Giudici Philip Zimbardo, L’origine del male e l’effetto Lucifero (sul sito www.gabriellagiugici.it), dove si possono anche vedere i filmati dell’esperimento e le interviste allo psicologo. Per quanto riguarda invece la produzione cinematografica, esistono diversi film tratti da questa vicenda. Vi propongo il più recente e forse il più fedele: Effetto Lucifero (The Stanford Prison Experiment) di Kyle Patrick Alvarez del 2015.

Mk-ultra

Passando a livelli meno cupi ma molto più deliranti: avete presente George Clooney e il film del 2009 del regista Grant Heslov L’uomo che fissa le capre? Ebbene, non si tratta soltanto di una folle e spassosa commedia: questo film dai risvolti improbabili e quantomeno bizzarri vede al suo interno numerosi riferimenti reali ad alcuni studi praticati negli Stati Uniti dopo la seconda Guerra Mondiale. Nel periodo del dopoguerra infatti il governo degli Stati Uniti avrebbe intrapreso l’assurdo piano di reclutare scienziati ex-nazisti per portare avanti un progetto top secret di controllo della mente e di espansione delle facoltà mentali dei soldati. MK-ultra era il nome in codice per questi studi clandestini attuati tra gli anni Cinquanta e Settanta.
Gli scienziati avevano formulato una teoria secondo la quale attraverso la somministrazione di droghe come LSD, scariche di elettroshock, messaggi subliminari, onde elettromagnetiche o sonore, ipnosi e altre forme di tortura potevano indurre i prigionieri a confessare o favorire il cosiddetto lavaggio del cervello. Si dice che nel corso di questi esperimenti fossero stati usati come cavie anche cittadini ignari, soprattutto dipendenti della CIA, prostitute, soldati, malati di mente, tossicodipendenti e senzatetto. I risultati di questi esperimenti avrebbero dovuto contrastare i programmi di controllo della mente attribuiti all’esercito sovietico e coreano durante la Guerra Fredda e favorire la creazione di assassini inconsapevoli e leader politici controllati mentalmente. Ovviamente gli esperimenti non hanno avuto gli esiti sperati e, anzi, è scappato il morto, più di uno.
Il film di Heslov è una brillante parodia di questi presunti fatti e narra le vicende surreali di un giornalista che si affilia all’unità militare Esercito Nuova Terra per la creazione di super soldati in grado di controllare la mente, passare attraverso i muri e uccidere una capra soltanto fissandola.

La terapia dell’avversione

Nel XIX e nel XX secolo i manicomi venivano arbitrariamente riempiti con tutti i soggetti “difficili”, che non rientravano nella categoria di “normale”. I reclusi erano in prevalenza donne ed esponenti di classi svantaggiate o di posizioni socialmente e politicamente scomode e i così detti “deviati” o “degenerati”, che comprendevano artisti, anticonformisti, donne emancipate, omosessuali e tutte le categorie non corrispondenti all’ideale di etero (bianco) sano e inquadrato.
Spesso le cure comprendevano metodi di tortura come acqua ghiacciata e isolamento o operazioni pericolose svolte senza criterio e senza conoscenze adeguate, come l’elettroshock, l’isterectomia o la lobotomia. Soggetti all’epoca considerati socialmente inaccettabili come gli omosessuali venivano puniti e “rieducati”. Un sistema usato contro l’omosessualità era la terapia dell’avversione. Essa è tutt’ora in uso, così come l’elettroshock, ma in maniera legale, evoluta e controllata, limitata a rari casi e patologie reali e specifiche.
La terapia dell’avversione consiste nell’indurre lo stimolo da curare contemporaneamente a uno stimolo di disagio. Per disintossicarsi da alcool e droghe ad esempio si usano ancora emetici associati all’assunzione della sostanza da cui si è dipendenti. Questa terapia può anche essere usata per risolvere la dipendenza dal succhiarsi il pollice, in questo caso spargendo sulle dita sostanze dal cattivo sapore.
Nell’insano tentativo di “curare” l’omosessualità negli anni Cinquanta e Sessanta si provò ad associare a immagini di uomini nudi e in posizioni sensuali degli stimoli dolorosi o spiacevoli, come scariche elettriche o vomito. Questa pratica veniva testata soprattutto negli istituti di salute mentale militari e secondo gli studi iniziò a essere eseguita già dagli anni Trenta.
Solo nel 1967 negli Stati Uniti vennero sottoposti a questo trattamento sperimentale 43 uomini. È noto inoltre il caso del Capitano Gerald William Clegg-Hill che nel 1962 venne arrestato a Southampton e condannato a subire la terapia per sei mesi. Dopo tre giorni morì per le convulsioni e il coma a seguito di iniezioni di apomorfina. Inizialmente i medici affermarono che il decesso era avvenuto per cause naturali.
Inutile sottolineare che nessuno dei soggetti omosessuali venne “curato” con questo metodo e che gli unici esiti di questo atroce e inutile esperimento furono decessi e gravi problemi psicofisici per chi sopravvisse.
A questo punto vi sarà tornata in mente la scena di un famoso film dove l’inquietante e pericoloso protagonista viene sottoposto ad emetici alla vista di scene di violenza. È Arancia meccanica di Stanley Kubrik del 1971:

The Monster Study

Dulcis in fundo, parliamo di esperimenti sui bambini. Il titolo è un po’ fuorviante: no, non si tratta di disturbi del sonno o di paure infantili; no, non si parla di Signorine Trinciabue o Rottermeier e nemmeno degli “orchi” di Pennac, anche se ci andiamo vicini.
The Monster Study è il nome d’arte affibbiato dai posteri all’esperimento sulla balbuzie condotto a Davenport (USA) nel 1939 dal dottor Wendel Johnson e dalla sua assistente, Mary Tudor (un nome – un programma). I due studiosi selezionarono 22 bambini, rigorosamente orfani, ovviamente, e li suddivisero in due gruppi, uno di controllo e uno sperimentale. Di ognuno venne ascoltato il linguaggio e ne furono annotate le caratteristiche (10 dei 22 orfani erano balbuzienti in partenza). I bambini del primo gruppo videro lodate le loro capacità di eloquio e nel corso dell’esperimento si vide un notevole miglioramento delle loro capacità comunicative ed essi svilupparono una buona autostima. Vennero invece volutamente criticati in maniera piuttosto brutale i bambini del secondo gruppo, ai quali la Tudor disse inoltre che sarebbero presto peggiorati, fino a diventare balbuzienti, nel caso in cui non lo fossero ancora. Chiaramente, i bambini del gruppo sperimentale videro demolita la propria autostima e iniziarono a temere le critiche e a evitare di esporsi, smettendo in alcuni casi di parlare del tutto. Alcuni mostrarono addirittura segni tangibili di disagio psicologico come l’aggravamento della balbuzie oppure lo sviluppo di tic nervosi e atteggiamenti compulsivi. L’esperimento ebbe quindi quasi gli esatti esiti che Mary Tudor sperava di ottenere: indurre la balbuzie in bambini sani e ridurla in bambini balbuzienti attraverso i due diversi approcci. Nessuno dei bambini sviluppò da zero il problema, ma in molti divennero introversi e restii a parlare.
Lo studio del dottor Wendel causò seri danni e nemmeno la sua assistente rimase impassibile di fronte agli effetti sortiti, tentando invano di attuare la pratica inversa a esperimento concluso, sebbene abbia in seguito sempre riconosciuto l’utilità e l’importanza di quella ricerca per il progresso scientifico.
Sei dei bambini sottoposti a quello studio nel 2007 sono stati finalmente risarciti dei danni psicologici ed emozionali permanenti causati dai sei mesi di esperimenti.
Non esiste un film ispirato a questa triste vicenda, ma vi propongo in ogni caso un’opera cinematografica che tratta di balbuzie e di pratiche logopediste, in questo caso con metodi ed esiti positivi e con una buona dose di carica emozionale sul finale. Si tratta di Il discorso del re, diretto da Tom Hooper nel 2010 e interpretato da quell’uomo meraviglioso che è Colin Firth:

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