Invadere la Russia d’inverno: una Top 5

di Davide Tessitore

Roba strana, la guerra. Così gloriosa, piena di discorsi epici e valenti assalti alla cima. Certo, un sacco di gente muore o rimane mutilata ma arrivare al termine di una battaglia sapendo di aver contribuito a far trionfare il bene non ha prezzo. No? Siamo onesti, decenni di Hollywood ci hanno cresciuti proprio male. I registi d’oltreoceano non sono mai stati dei campioni nel mostrare le sfaccettature della realtà, ma quando si parla di guerra la sensazione è sempre quella di stare assistendo a qualcosa di giusto, se non proprio di bello. Ma noi sappiamo la verità, e cioè che spesso e volentieri la guerra è ridicola. Ridicole le motivazioni, ridicoli i personaggi e, ancora più spesso, ridicoli i modi in cui viene condotta. Pescando da quell’infinito mare di assurdità che è la Storia, ho stilato una classifica di cinque prodezze militari che rientrano a buon diritto nella categoria “invadere la Russia d’inverno”.

5. Le Battaglie dell’Isonzo (1915-1917)

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La Prima Guerra Mondiale non brilla certo per innovazione tattica. In quella che è forse la più terrificante tra le congiunture fatali della Storia, pressoché tutti i generali dei paesi coinvolti si trovarono concordi nell’applicare tattiche vecchie di sessant’anni alle ultime tecnologie belliche, dando vita a una sanguinosa guerra di posizione. Nel giro di pochi mesi quello che doveva essere un “vai, conquista e riempiti di gloria” si era trasformato in un “alzati, abbassati, spara e prendi il colera” (si ringrazia Fabio Sandrecchi per l’accurata descrizione).

In Italia, sul fronte austriaco, il generale Luigi Cadorna è incaricato di condurre l’offensiva per conquistare Gorizia e Trieste ed eventualmente aprirsi la strada fino a Lubiana. Non solo la strategia ma la struttura dell’intero Esercito Regio era improntata all’attacco, motivo per cui quando Cadorna giunge al fronte la II Armata ha già condotto un assalto per attraversare l’Isonzo, immediatamente respinto con circa 10000 uomini persi (particolarità della Prima Guerra Mondiale è che le perdite in ogni battaglia si contano direttamente in decine di migliaia). Cadorna ritiene, a  ragione, che l’esercito austro-ungarico non sia così numeroso come vuole far credere il nemico e reputa quindi cosa buona e giusta riprendere il prima possibile le operazioni. Tre nuove offensive, di cui l’ultima il 16 novembre sotto una pioggia mista a neve, non smuovono il fronte che di qualche centinaio di metri e lasciano sul campo decine di migliaia di uomini. Quello che Cadorna non vede, o si ostina a non vedere, è che pressoché tutto gioca a sfavore degli italiani: la totale mancanza di artiglieria pesante e il ricorso a dense formazioni di fanteria; il fronte costituito dall’altopiano del Carso, i cui contrafforti si rivelano quasi impossibili da superare; l’esercito austriaco, di gran lunga meglio equipaggiato, che su quell’altopiano ha costruito forti, bunker e trincee. Dico “si ostina” perché per i successivi due anni quel preciso punto del fronte e quel metodo di attacco sono tutto ciò che Cadorna ha in mente. Oltre alle quattro del 1915 vengono considerate altre sette battaglie in piena regola (ignorando quindi le schermaglie minori), di cui una sola permette all’Italia di avanzare di qualche chilometro. E mentre Cadorna probabilmente rilegge con passione quel verso dell’Enrico V di Shakespeare che recita “ancora una volta nella breccia, cari amici, ancora una volta!”, i soldati attorno a lui, sempre più giovani e sempre più alienati, continuano a morire o disertare. La dodicesima offensiva sull’Isonzo non è in realtà una vera battaglia, perché l’anno è il 1917 e, con il fronte russo chiuso grazie alla rivoluzione, gli austriaci attaccano in forze a Caporetto, costringendo l’intero esercito italiano a una disastrosa ritirata di 100 km fino alla linea del Piave.

4. La Carica dei Seicento a Balaclava (1854)

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Nel XIX secolo, con l’Impero Ottomano in declino, la Russia vede un’opportunità per guadagnare nuovi porti sul Mar Nero e Gran Bretagna, Francia e in seguito il Regno di Piemonte-Sardegna giungono in soccorso del morente impero turco per impedire che lo zar guadagni troppo potere. Durata tre anni, questa guerra è un tripudio di pessime strategie, comunicazioni che saltano e idiozie assortite, ma nessun episodio è diventato più famoso della carica dei cavalleggeri inglesi alla Battaglia di Balaclava.

1854, forze inglesi e francesi sono sbarcate in Crimea per strappare la città di Sebastopoli alla Russia. Un esercito di soccorso russo incontra le truppe assedianti a poca distanza dal villaggio di Balaclava.

I primi assalti russi, condotti nella valle meridionale, vengono respinti ma riescono ugualmente a catturare alcune batterie d’artiglieria sulle alture centrali (Causeway Heights). Intenzionato a riconquistarle, il comandante in capo Lord Raglan dà il primo ordine ambiguo: la cavalleria avanzi e cerchi di riconquistare le alture. Due fronti.
Lord Lucan, comandante della cavalleria, prima scaccia il punto interrogativo che gli era apparso in fronte e poi fa l’unica cosa che gli sembra sensata: si divide in due fronti, cavalleria pesante a sud e leggera a nord. Sempre più impaziente, Raglan comunica un secondo ordine, da leggersi assieme al precedente: Lord Raglan desidera che la cavalleria avanzi rapida frontalmente, insegua il nemico e gli impedisca di portar via i cannoni, immediatamente. L’ordine già abbastanza vago viene comunicato a Lucan dal capitano Louis Nolan, che non fa menzione del precedente e, interrogato su quali cannoni si debba caricare esattamente, indica arrogante non le alture ma il fondo della valle settentrionale: “il nemico è laggiù, signore!”. Come fa notare un ufficiale di Lucan, la cavalleria si ritrova così a caricare frontalmente cannoni difesi da fucilieri, sotto il tiro aggiuntivo dell’artiglieria sulle alture di sinistra e destra.

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Com’è prevedibile, la carica è un disastro. Nolan muore mentre i cavalli sono ancora al trotto, colpito al petto da una scheggia. Lucan ordina alla cavalleria pesante sotto il suo comando diretto di tornare indietro, ma è troppo tardi per i cavalleggeri ormai al galoppo. Bersagliata da ogni lato, la Brigata Leggera riesce a raggiungere i russi ma viene subito respinta. Su 660 uomini, 156 rimangono uccisi, 122 feriti gravemente e meno di 200 cavalli tornano indietro. Lo shock è tale che Raglan decide di non continuare nonostante l’arrivo di rinforzi. Dal campo alleato, il maresciallo francese Pierre Bosquet commenta: “C’est magnifique, mais ce n’est pas la guerre: c’est de la folie”.

3. La cavalleria francese a Crécy (1346) e Azincourt (1415)

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1345, Francia del nord. Una disputa territoriale è all’origine dell’ennesimo conflitto tra Inghilterra e Francia. Il re Edoardo III conduce un’invasione in grande stile, conquistando importanti città e devastando i territori della Normandia. Grazie ai famigerati archi lunghi, dotati di gittata e cadenza di fuoco eccezionali, gli inglesi riescono ad avere la meglio persino sulla fiera cavalleria pesante francese. Stanco di vedere i propri domini saccheggiati, Filippo VI di Valois insegue l’esercito di Edoardo in lungo e in largo fino a che questi non decide di dar battaglia.

Consapevole della superiorità numerica francese, Edoardo schiera l’esercito su un pendio nei pressi di Crécy, protetto dal fiume da un lato e dal bosco dall’altro, per annullare almeno il vantaggio della cavalleria. Dio quel giorno dev’essere inglese, perché una forte pioggia comincia a cadere prima della battaglia, danneggiando le corde delle balestre che, al contrario di quelle degli archi inglesi, non possono essere smontate e messe al riparo. Questo fa sì che i mercenari genovesi vengano massacrati dagli arcieri inglesi e battano in ritirata. Stanchi di attendere, i nobili francesi si lanciano all’attacco con l’intera forza di cavalleria, caricando contro i loro stessi balestrieri.
Va fatto notare a questo punto che, nonostante miti lenti a morire, la cavalleria medievale non era una macchina di morte invincibile. Nessun cavallo avrebbe mai caricato frontalmente una formazione nemica ben compatta, tanto più se carica di lance e scudi. Le cariche avvenivano sui lati o da dietro, in unisono con la fanteria e gli arcieri per essere sicuri di sfondare. In caso contrario, se la fanteria resisteva, un cavaliere pressoché immobile andava incontro a morte certa.
Una tattica quindi discutibile anche in condizioni normali si rivela qui suicida, perché i cavalieri perdono sia le lance, spezzate sugli alleati, sia la velocità necessaria a caricare in salita. Gli inglesi dal canto loro non perdono tempo e continuano a scoccare frecce su chiunque si trovi dalla parte sbagliata della collina. Al calar della sera una quantità enorme di nobili francesi giace senza vita e lo stesso Filippo VI scampa per un pelo alla morte.

L’efficacia degli archi lunghi e l’idiozia dei cavalieri francesi saranno ciò che permetterà agli inglesi di conquistare gran parte di Francia e tenerla per quasi un secolo. Gli arcieri inglesi si riveleranno decisivi quasi settant’anni dopo, ad Azincourt, quando il malridotto esercito di Enrico V verrà costretto allo scontro dal fior fiore di Francia. Cercando di superare in stupidità i loro antenati, i cavalieri francesi caricheranno nuovamente contro gli archi lunghi… e le barricate da loro erette.

2. La Spedizione su Cadice (1625)

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Finora abbiamo avuto a che fare con pessime scelte in fatto di tattica, ma con le ultime due posizioni troviamo idee che vanno contro lo stesso buon senso.

1625, nel bel mezzo della Guerra dei Trent’anni, il Duca di Buckingham decide che l’Inghilterra si sta perdendo tutto il divertimento sul continente e convince re e parlamento a dichiarare guerra alla Spagna. Una flotta di 100 navi e circa 15000 uomini, più 15 navi da guerra donate dalle Province Unite, salpa con l’intenzione di depredare le navi spagnole di ritorno dalle Americhe e conquistare un paio di porti lungo il cammino.

Tra ritardi e tempeste in mare aperto, la flotta arriva in vista della costa atlantica spagnola parecchio malridotta e, come se non bastasse, guidata da un capitano dalle dubbie qualità: Sir Edward Cecil, eccellente soldato nelle Fiandre ma pessimo comandante. Avendo mancato la flotta proveniente dalle Indie, Cecil decide di assaltare la città di Cadice e fa sbarcare le truppe nell’omonima baia. Dopo un errore strategico dietro l’altro, tra cui la conquista di forti non necessari all’assedio e una sconfitta navale, ci si rende conto di non aver pensato a un dettaglio fondamentale: i viveri. Le scorte delle navi sono esaurite e nei territori della baia non ci sono pozzi d’acqua dolce a cui fare rifornimento. Mentre la sete e il malcontento crescono, Cecil prende la malsana decisione di dissetare i suoi 6000 uomini con il vino trovato nelle cantine del forte conquistato, dando vita alla più grande sbronza collettiva della storia militare. Quando ormai è chiaro che nessuno è in grado di distinguere un moschetto dal proprio uccello, Cecil dà ordine di ritirarsi alla bell’e meglio sulle navi e tornare in patria. Vengono lasciati sul campo quasi mille uomini troppo ciucchi per camminare, che tuttavia non dovranno preoccuparsi della sbornia: la guarnigione di Cadice giunta sul posto, riavutasi dalle risate, li passerà tutti a fil di spada.

1. I Corni di Hattin (1187)

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Ditemi, cosa c’è di peggio che marciare in Russia d’inverno? Marciare nel deserto senz’acqua!

1187, fondato quasi un secolo prima dopo la conquista della città durante la Prima Crociata, il Regno di Gerusalemme è diventato uno stato feudale a tutti gli effetti, con una propria dinastia e legami commerciali. Grazie a una buona dose di “vivi e lascia vivere”, si garantisce la sopravvivenza con i vicini regni musulmani, minacciata tuttavia da un unico problema: gli immigrati, provenienti questa volta dall’Europa sotto forma di nobili e soldati in cerca di gloria e salvezza dell’anima. Teste calde galvanizzate dal Papa, sono mal sopportati dalla fazione regnante “di prima generazione” per la loro continua ricerca dello scontro e le razzie che compiono in Siria e Arabia.

Le cose si complicano quando uno di questi, Guido di Lusignano, ascende al trono di Gerusalemme e praticamente condona qualsiasi violenza ai danni di musulmani abitanti fuori dal regno. Già in passato un simile atteggiamento si era dimostrato dannoso per lo stato crociato, portando alla perdita di Edessa (moderna Urfa in Turchia) e a un fallimentare assedio per riconquistarla. La situazione era di gran lunga peggiorata nel momento in cui il sultano Saladino aveva unificato Egitto, Siria e territori transgiordani sotto il suo potere. L’ennesimo attacco a carovane musulmane spinge Saladino a radunare l’esercito e muovere nel Levante, conquistando una roccaforte crociata dopo l’altro. Guido, che dal canto suo non vedeva l’ora di menare le mani, lascia Gerusalemme quasi priva di guarnigione per andargli incontro.

Saladino sta assediando la città di Tiberiade sull’omonimo lago e alcuni nobili al concilio di guerra crociato ritengono che una marcia di 29 km dall’oasi di La Sephorie (moderna Tzippori), dove l’esercito è radunato, sia troppo per un esercito di quelle dimensioni, stante la cronica mancanza d’acqua lungo il cammino. Altri dicono che Dio lo vuole e ai crociati non può accadere nulla, e davanti a quelle solide motivazioni Guido si convince a marciare.

Il sole di luglio non è clemente sulle cotte di maglia dei soldati, ma ancor peggio sono i distaccamenti di arcieri a cavallo di Saladino che tormentano le colonne in marcia senza che queste possano reagire. L’esercito giunge stremato alla piccola fonte di Tur’an ma Guido insiste per continuare. È a questo punto che scatta la trappola del sultano: una parte delle sue forze passa alle spalle dei crociati, tagliando un’eventuale via di fuga verso l’oasi, mentre il grosso riprende a bersagliarli di frecce. Ormai allo stremo, Guido porta l’esercito a nord, sperando di riuscire a raggiungere l’oasi di Hattin, ma è costretto ad accamparsi nei pressi di due vulcani estinti. I soldati passano una notte insonne, tormentati dalla sete e dal fumo che i saraceni provocano bruciando sterpaglie nella loro direzione. Il mattino seguente l’attacco di Saladino provoca il panico: Raimondo di Antiochia e Baliano di Ibelin riescono a fuggire in direzione di Tiberiade, ma la maggior parte rimane intrappolata da ogni lato. Più di 15000 uomini perdono la vita e l’intera nobiltà di Gerusalemme viene fatta prigioniera. Saladino tratta umanamente i nobili, ma decapita personalmente Reinaldo di Chatillon, che con le sue razzie aveva minacciato la città santa di Medina, e dà ordine di giustiziare i sopravvissuti tra i templari e gli altri ordini monastico-militari. Qualche mese dopo conquista la stessa Gerusalemme e il regno cristiano, nonostante le successive crociate, cessa per sempre di esistere.

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