Jugostalgia, uno stato mentale

Articolo del nostro compagno di cella Lorenzo Moro.

Dividere la Jugoslavia è stata una pessima idea? “La mia Jugoslavia era un grande Paese, con 23 milioni di abitanti, forte in tutti gli sport. Ora che cos’è la Croazia? Uno stato di 4 milioni di abitanti, che da solo non conta nulla in Europa”. Così la pensava Vladimir, padrone di casa zagabrese che dispensava cherry fatto in casa e perle di saggezza. E non è il solo: negli stati nati dalla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sono ancora in molti a pensarla così. Mettiamo per un momento da parte il nazionalismo onnipresente nei media, per immergerci in un viaggio sensoriale tra glorie dello sport del calibro di Dražen Petrović, palazzi in stile Brutalista e grigliate sulle spiagge delle colonie estive.

kusturica

Di jugonostalgia o jugostalgia si è scritto molto. Ma cosa significa parlarne oggi? Significa guardare alla Jugoslavia non solo come a un esperimento politico reale (con i suoi errori e contraddizioni), ma anche e soprattutto come a un fenomeno culturale, sociale e artistico. Come ad uno Stato mentale.

Il sentimento di malinconia per l’epoca di Tito si situa nella scia di altre “nostalgie filo-sovietiche”: in primis l’ostalgie tedesca, quell’inesplicabile misto di orgoglio, sindrome di Stendhal e tristezza che assale quando si guarda Alexander Platz, si vede passare una Trabant rimessa a nuovo o si entra in una dacia di periferia dai muri scrostati.

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La nostalgia per il passato è arrivata immediatamente dopo la disillusione che ha seguito il crollo del Muro: gli oggetti e i fenomeni della vita quotidiana, tanto odiati prima dell’89, sono diventati oggetti di culto, simboli agrodolci di un’epoca appena trascorsa. I palazzi, i manifesti propagandistici, le divise e perfino il cibo in scatola, esercitano su alcuni un fascino evocativo che trascende la realtà, andando verso il mito.

L’arte che si fa produzione e viceversa, l’arte “per tutti” che entrava nella vita quotidiana di Paesi sconvolti dagli orrori della Guerra Mondiale, il tentativo prometeico di avvicinare le masse all’estetica (riuscito in maniera discontinua): i risultati di queste utopie semi-realizzate sono ancora (in parte) sotto i nostri occhi. La fascinazione di questi oggetti è descritta perfettamente in pellicole recenti come Goodbye Lenin o in volumi quali La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo.

C’è anche il fatto che Tito non passa mai di moda. Anzi, più passano gli anni più viene rivalutato e si sprecano parole, film, tazze e cappellini sul liberatore della Penisola Balcanica. In un periodo di presunta “morte del Novecento” (in realtà più vivo che mai) i grandi despoti –o statisti che dir si voglia–  vengono mitizzati per supplire alla –reale– morte delle ideologie che si manifesta attorno a noi.

Il regime di Josif Broz, anche per la carica simbolica, psicologica ed emotiva che aveva, non ha lasciato eredi, e la nostalgia per il passato è iniziata subito dopo la morte del partigiano “Tito”, che era stato il simbolo vivente della Jugoslavia. L’essere umano tende per natura a mitizzare il passato, e i governi successivi hanno significato poco dal punto di vista emotivo, mentre la guerra di secessione è stata lo shock definitivo che ha cristallizzato la Jugoslavia in un tempo senza tempo, trasportandola per certi versi in un universo favolistico. Una favola agrodolce, su un Paese che non esiste più, se non nei ricordi.

Divac And Drazen Basketball
Drazen Petrovic, primo europeo a sfondare nella pallacanestro statunitense.

 

Come nei film di Emir Kusturica, regista felliniano per sua stessa ammissione: tutt’altro che un fan della dittatura socialista (il padre fu vittima del sistema oppressivo), descrive Sarajevo con gli occhi del bambino, attraverso un caleidoscopio di colori e sapori provenienti dai ricordi dell’infanzia scapestrata e della vita quotidiana felice, anche se spesso vissuta ai limiti della miseria.

Non si può nascondere che per alcuni fu la Jugoslavia stessa ad essere una pessima idea. Ma nonostante la repressione del dissenso e il potere accentratore e burocratico, è ancora ricordata da molti come una sorta di Eden di potenza e felicità oggi irraggiungibile. Sono soprattutto gli stranieri ad aver diffuso la jugonostalgia nel mondo, affascinati da una cultura e da una vita quotidiana a lungo precluse ad occhi occidentali, e anche a causa di un certo gusto per il vintage che ormai è tipico dei nostri anni ’10.

Il fascino è acuito dalla decadenza e dall’abbandono in cui versano alcuni luoghi, che aumentano l’aura mistica di un’epoca che non c’è più. A volte si rischia anche di scivolare verso il paradossale: ho visto persone emozionarsi di fronte a brutture architettoniche sovietiche che facevano inorridire i locali e che sarebbero definiti “ecomostri” se fossero stati costruiti nelle nostre città.

palazzo-modernista

La verità è che, per quanto orrendo, il Modernismo socialista ci piace perché rappresenta qualcosa. Per quanto brutto, questo cemento parla di noi. Al contrario dello stile “Las Vegas” che, oltre ad essere brutto, rappresenta l’assoluta mancanza di un retroterra estetico: una tendenza camaleontica, che si auto-riproduce in tutto il mondo senza avere mai né uno stile né  un significato.

brutalismo-a-manetta

La jugonostalgia è qualcosa di indefinito e indefinibile, e che per ognuno può essere diverso, ma sicuramente ci rispecchia: perché sa di Europa, ci ricorda la nostra Storia, e può ancora insegnarci qualcosa su di noi, nel bene e nel male. Il tentativo di cancellare questo passato evocativo non è altro che il tentativo di cancellare le nostre vere radici, il nostro passato di continente diviso dalle guerre e unito dalla cultura, per appiattirlo su una banalità globalizzata che non ha alcun bagaglio spirituale o artistico.

Mentre, nel Paese che non c’è più, una filastrocca recitava: “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”.

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