Bocca baciata non perde ventura: il sesso nel Medioevo

“Were her problems of a sexual nature?”
“Agent Cooper, the problems of our entire society are of a sexual nature.”
(Twin Peaks)

“Sesso nel Medioevo” non è qualcosa che si sente dire spesso e in ogni caso non in senso positivo. Epoca buia, il Medioevo, dove una società puritana evitava il più possibile il contatto col proprio corpo. Grazie alla nostra concezione molto buffa della Storia, è come se dopo i bei tempi dell’Impero Romano fossero passati secoli e secoli di sessualità repressa fino alla grande rivoluzione degli anni Sessanta.

[In sottofondo: Vox Vulgaris – The Shape of Medieval Music to Come]

Ma la Storia non è lineare e puritana era al massimo quella società del XIX secolo che, scoprendo come d’incanto il Medioevo, decise di applicarvi tout court le proprie regole morali, che peraltro funzionavano poco anche nella rigidissima Inghilterra. È dall’epoca vittoriana che arrivano bislaccherie come la cintura di castità e il famigerato jus primae noctis, la prima un falso storico in piena regola, la seconda un banale errore di interpretazione: il diritto sulla prima notte consisteva in una semplice tassa che il feudatario esigeva per ufficializzare l’unione. Cosa abbastanza sensata se si tiene conto che fino al 1215, anno del Quarto Concilio Lateranense,  il matrimonio non era considerato un sacramento religioso ma quello che era sempre stato fin dall’epoca romana: un semplice contratto legale.

Il mio signore ha diritto a fare che cosa!?
Il mio signore ha diritto a fare che cosa!?

C’era ovviamente un buon numero di regole, stabilite tanto da teologi quanto da medici. In un sacco di giorni il sesso era vietato, vuoi per ragioni “scientifiche” (copulare durante le mestruazioni porta ad avere figli malaticci) o per ragioni religiose (niente sesso coniugale sotto Natale e Pasqua, giorni in cui comunque i bordelli sono aperti). Il sesso orale era demonizzato in quanto fine a se stesso ma apprezzato dai seguaci del catarismo, che invece vedevano nella riproduzione il massimo affronto a Dio. La posizione migliore era ovviamente quella del missionario mentre le altre erano fortemente scoraggiate, dai dotti perché meno adatte a concepire e dalla Chiesa per questioni di decenza.  Ora voi mi direte “cosa gliene frega alla Chiesa di come trombo in casa mia?”. Gliene fregava eccome, perché le case medievali, con sottili pareti di legno e abitate da più famiglie, non offrivano il massimo dell’intimità, ragion per cui anche le coppie regolarmente sposate erano spesso costrette ad andare altrove per poter consumare il loro amore. In un luogo per la maggior parte del tempo deserto, dove si aveva la certezza di non essere disturbati. Un luogo come una chiesa, ad esempio. Per questa ragione, oltre che per evitare che l’uomo indulgesse troppo in sesso non riproduttivo con la propria sposa, Santa Madre Chiesa approvava e a volte incoraggiava la buona abitudine d’età romana di avere in ogni città almeno una “via torta”, ovvero una strada curva in cui trovavano posto case di piacere e bagni pubblici, che spesso erano solo case di piacere in cui ci si poteva anche lavare.

bagni-medievali

Il rapporto con il corpo nudo era del resto molto meno complicato di come sarebbe stato anche solo nell’illuminato Rinascimento. Sono centinaia i manoscritti che riportano illustrazioni e miniature di persone nude, accoppiate in posizioni improbabili con uomini e bestie o che mettono in mostra le proprie doti. L’arazzo di Bayeux, uno straordinario tessuto ricamato di oltre 60m di lunghezza che narra la conquista normanna dell’Inghilterra, ci mostra accanto a nobili e soldati anche coppie di amanti, gonne con spacco inguinale e uomini nudi senza un contesto apparente.

cucu
Cucù!

A proposito di mostrare, gli uomini medievali non erano molto riservati e amavano far sapere agli altri quanto il buon Dio li avesse resi dotati. Nelle classi sociali più elevate spopolavano le poulaine, babbucce di cuoio dotate di una punta incredibilmente lunga e rivolta all’insù, e verso la fine del XIV secolo anche la “braghetta”, una tasca di tessuto con un’anima metallica per accentuare i genitali. Persino i pellegrini volevano dire la loro, visto che per dimostrare la loro virilità avevano adottato il vecchio fascinus romano come portafortuna durante i viaggi. Che cos’è il fascinus, mi chiedete? Ma è ovvio, un pene con le ali!

flying-fuck

Sapendo questo, cosa ce ne facciamo di tutte quelle chiacchiere sull’amor cortese?

La questione è abbastanza complessa. Sappiamo che buona parte della letteratura europea medievale, Dolce Stil Novo in primis, ha un debito enorme nei confronti del fin’amor, l’amore cantato dai trovatori alle corti di Provenza e Aquitania fin dal XII secolo. Una poetica in deliberato contrasto con l’altro grande filone letterario dell’epoca, l’epica cavalleresca dove il protagonista aveva vita facile: gli ostacoli erano sempre superati, gli avversari sempre sconfitti e la donna sempre conquistata. Nell’amor cortese niente di tutto questo: la parola d’ordine è mezura, distanza, perché il poeta è alla fine un umile trovatore e la donna amata un’aristocratica, e se non è nobile è comunque lontana fisicamente. È un amore quasi sempre irrealizzato, secondo la vecchia regola per cui la buona letteratura nasce dal tormento interiore.

Fin qui tutto bene, son cose che abbiamo studiato a scuola. Quello che non abbiamo studiato invece è quanto passionali e sregolati potessero essere i versi di un amante in preda al delirio:

Ben gieta en mar e·ls dezertz
sa semensa — don frug no ‘sper —
lo pus cortes e·l mielhs apertz,
quan lo torna e noncaler
fals’ amistatz amara.
Piuttosto getta in mare e al deserto
il suo seme – sperando di non coglierne i frutti –
il più cortese e di cuor aperto,
quando l’abbandona e ignora
una falsa e amara amicizia.

(Gavaudan, ca.1215)

Così come non abbiamo studiato l’assag, l’esperimento a cui la donna sottoponeva il proprio compagno, tanto nelle canzoni dei trovatori quanto nella vita reale che da quelle canzoni era influenzata. Nudi l’uno accanto all’altra, ai due amanti erano concessi solo sguardi e baci fino a quando non fossero stati certi dei loro sentimenti. Una prova che di pudico ha ben poco e che è tuttavia perfettamente in linea con i principi del fin’amor. E che serviva oltretutto a distinguere l’amante sincero da quello occasionale, perché non tutti gli amori cantati dai trovatori erano impossibili: a volte erano semplicemente clandestini.

Quant aguem begut e manjat,
Eu mi despoillei per lor grat;
Detras m’aporteron lo gat
Mal e felon:
La una-l tira del costat tro al tallon. 

Per la coa de mantenen
Tira-l gat, et el escoisen:
Plajas mi feron mais de cen
Aquella vetz
Mas eu no-m mogra ges enquers qi m’ausizetz.

Pos diz N’Agnes a N’Ermessen:
“Mutz es, que ben es conoissen.
Sor, del banh nos apareillem
E del sojorn.”
.xli. jorn estei az aquel torn.

Tant las fotei com auziretz:
Cen e quatre vint et ueit vetz,
Q’a pauc no-i rompei mos corretz
E mos arnes;
E no-us pues dir los malaveg tan gran m’en pres.

Monet, tu m’iras al mati,
Mo vers porteras el borsi
Dreg a la molher d’en Guari
E d’en Bernat,
E diguas lor que per m’amor aucizo-l cat

Quand’avemmo bevuto e mangiato,
Io mi spogliai per loro piacere,
Da dietro mi portarono il gatto,
Malvagio e ingannatore:
La prima lo tira dal costato fino al tallone. 

Per la coda d’improvviso
Tira il gatto, e questo [mi] graffia:
Di tagli me ne fecero più di cento
Quella volta
Non mi sarei mosso anche se m’avessero ucciso.

Disse dama Agnese a dama Ermessenda:
“È muto, è facile da capire.
Sorella, al bagno prepariamoci
E al soggiorno.”
41 giorni stetti da quelle parti.

Tanto le scopai come sentirete:
Cento e ottantotto volte,
Che per poco non ruppi le mie briglie
E il mio arnese;
E non posso dire la sofferenza che mi prese.

Monet, tu partirai al mattino,
La mia poesia porterai nella borsa
Alla moglie del signor Guarino
E del signor Bernardo,
E dirai che per amor mio uccidano il gatto.

(Guglielmo IX d’Aquitania, 1071-1126)

Né si tratta di incidenti isolati. Un intero filone del fin’amor sono le albas, canzoni in cui gli amanti sono costretti a separarsi alle prime luci del mattino, così frequenti da aver sviluppato la figura ricorrente della guaita (sentinella), un amico tanto volenteroso quanto disoccupato che monta la guardia per evitare che il marito della donna li scopra. Nulla per cui scandalizzarsi, considerando che in molte corti occitane come quella di Eleonora d’Aquitania l’adulterio era ampiamente tollerato e pure discusso tra i sapienti.

Non manca nell’amor cortese anche una vena satirica che, lungi dall’essere morta con Giovenale, si reincarna nella pastorela. Qui l’amore diventa abbastanza villano (cioè campagnolo), perché il cavaliere professa amore eterno (4 ore secondo gli uomini, 4 minuti secondo le donne) a una semplice contadinotta, che spesso e volentieri lo rimbalza come nel Carlo Martello di De André. Quando questo non avviene, del resto…

“Senher, oc, quar nos ajustet,
qu’alre no vuelh ni queria;
e, si·us platz, a mi plairia
so don hom pus me castiet”
“Signore, sì, [Dio] ci ha accoppiati,
altro non voglio né chiederei,
e, se lo volete, a me piacerebbe
ciò che ognuno di me censurerebbe.”

(Un Gavaudan più fortunato, ca.1215)

Genere tanto apprezzato da diffondersi anche nella Francia del nord, dove la stessa lingua d’Oïl che canta di Orlando si diverte anche con fanciullette irrequiete:

Je suis sade et brunete
et joenne pucelete;
s’ai color vermeilete
euz verz, bele bouchete
si mi point la mamelete
que n’i pois durer;
resons est que m’entremete
des douz maus d’amer.
Sono bruna e adorabile
e giovane donzella;
son di colore rosato
occhi verdi, bella boccuccia
tanto mi prudon le mammelle
che non posso sopportarlo;
buona ragione per introdurmi
alle dolci pene d’amore.

Sempre in Francia fiorisce la nobile arte dei fabliaux. Racconti brevi in versi, nascono a metà del XII secolo con il preciso scopo di far ridere in poesia, narrando di disavventure erotiche e situazioni scabrose: dalla donna che, non volendo passare per ninfomane davanti al marito, si addormenta insoddisfatta e sogna bancarelle cariche di falli ai due studenti di teologia che trovano Dio nella moglie e nella figlia del contadino che li ospita per la notte. Alcuni di questi sono stati poi ripresi tanto da Geoffrey Chaucer nei Racconti di Canterbury che da Boccaccio nel Decameron.

A proposito del Decameron, quelli che ancora ridono della “pruderie medievale” forse dovrebbero leggersi qualcuna delle sue novelle migliori per trovarvi non solo spunti interessanti ma anche una visione un po’ più sana del sesso. Come il racconto della principessa saracena Alatiel che, dopo aver avuto decine di relazioni sessuali nel corso degli anni, si presenta come vergine al suo matrimonio col re dell’Algarve spiegando, con due degli endecasillabi più belli di tutta la poesia italiana,

“bocca baciata non perde ventura,
anzi rinnova come fa la luna.”

Può sembrare poco a gente della nostra epoca, abituata a vedere il sesso ovunque, ma è proprio questo il punto fondamentale. Non stiamo parlando del nonno che ricorda come ai suoi tempi dovesse guardare le nuvole in cerca di un paio di tette, ma della differenza fondamentale tra eros e pornografia: la stessa differenza tra sesso copulatorio e sesso masturbatorio, diceva Herbert Marcuse. E se per masturbarci possono andar bene primi piani di tette e culi e cazzi in erezione, per rendere giustizia a uno dei lati migliori del nostro essere può volerci qualcosa di più. Può servire quell’erotismo di cui si trova traccia anche nella Divina Commedia, come non ha mancato di rilevare all’epoca Vittorio Gassman. E soprattutto che riconosca che l’amore carnale, con buona pace di preti, puritani e compagnia, ha la stessa dignità di quello emotivo e spirituale perché, ma occhio a dirlo troppo ad alta voce, ad esso è sempre legato. Come ci ricorda la comtessa Beatriz de Dia, esponente migliore di quelle trovatrici così poco conosciute ma altrettanto geniali:

Estat ai en greu cossirier
per un cavallier q'ai agut,
e voill sia totz temps saubut
cum eu l'ai amat a sobrier;
ara vei q'ieu sui trahida
car eu non li donei m'amor,
don ai estat en gran error
en lieig e qand sui vestida.

Ben volria mon cavallier
tener un ser e mos bratz nut,
q'el s'en tengra per ereubut
sol q'a lui fezes cosseillier:
car plus m'en sui abellida
no fetz Floris de Blanchaflor:
eu l'autrei mon cor e m'amor
mon sen, mos huoills e ma vida.

Bels amic, avinens e bos,
cora us tenrai e mon poder?
E que jagues ab vos un ser
e qu'us des un bais amoros!
Sapchatz, gran talan n'auria
qu'us tengues en luoc del marit,
ab so que m'aguessetz plevit

de far tot so qu'eu volria.

 

Sono stata in un greve tormento
 per un cavaliere che ho avuto,
 e voglio che per sempre sia saputo,
 che l’ho amato allo sfinimento;
 ora vedo che a terra son finita
 perché non gli concessi il mio amore
 e son stata in preda a un gran dolore
 nel letto e quando son vestita.

 Tanto vorrei il mio cavaliere
 tenere una sera tra le mie braccia nudo,
 che si senta nel letto felice
 solo quando son per lui un cuscino:
 che ne sono più invaghita
 di quanto fu Fiorio di Biancofiore:
 gli dono il mio cuore e il mio amore
 il mio senno, i miei occhi e la mia vita.

 Amico caro, bello e valoroso,
 quando vi terrò in mio potere?
 Che possa una sera con voi giacere
 e farvi dono d’un bacio amoroso!
 Sappiate che un grande desiderio
 ho di possedere voi al posto del marito,
 purché presto acconsentiate
 a fare solo ciò che io dico.

[Tutti i testi sono consultabili all’indirizzo: http://www.rialto.unina.it/. Traduzioni mie.]

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