Il Mito e l’Inconscio di Praga: il Golem e Franz Kafka. Due film, due leggende.

In sottofondo: Joseph Suk, Fantasia in G minore, Op. 24.

Era una notte buia. Il freddo notturno calava rapidamente sul fiume e sulle statue congelate del ponte Karlův. L’orologio nella Piazza della Città Vecchia batteva le ultime ore del giorno, contando i suoi decori animati. Il Castello, altero, stoico nella sua massiccia presenza, osservava la città addormentata, come un vecchio guardiano severo osserva i suoi tesori. Un uomo affrettava il passo sul selciato delle tetre e strette viuzze di Praga. Il pastrano si dimenava epilettico tutto attorno alle gambe; il cappello minacciava di rimanere indietro e il respiro si faceva affannoso per la fatica e per la paura. Si guardava indietro furtivamente, come se qualcuno lo stesse seguendo, come una bestia braccata.

Chissà se allora quell’uomo in pericolo non desiderasse che dalla soffitta della sinagoga Vecchio-Nuova risorgesse potente e iracondo il Golem del rabbino Jehuda Loew ben Bezalel, pronto a fargli da scudo.

Che cos’è un Golem? Avete presente il mostro di Frankenstein? Beh, il Golem si può dire che fosse il suo trisavolo. Di una sostanza meno deperibile, mi sembra. Si tratta di un corpo senz’anima, un essere antropomorfo di argilla, creato da questo famoso rabbino tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 per proteggere dalle persecuzioni la popolazione ebraica rinchiusa nel ghetto.

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Come? Dovete sapere che nella tradizione ebraica la parola è dotata di grandi poteri. La giusta combinazione dei segni dell’alfabeto ebraico è in grado di creare e dare la vita, se usata correttamente. È quello che nelle Scritture viene definito Verbo, la forza creatrice attraverso la parola. Ebbene, questo è quello che fece Rabbi Loew. Dopo aver dato forma al Golem, egli lo ha riempito di vita, scrivendo su un biglietto la parola emeth [אמת], che significa Verità, e ponendoglielo nella bocca o nel petto. Ovviamente si tratta della Verità divina, infatti il segno א, aleph, rappresenta sia la prima lettera dell’alfabeto, sia il numero uno, ma è anche simbolo divino, o meglio, della presenza divina. Infatti, cancellando la aleph dalla parola emeth rimane meth, morte [מת], assenza di forza creatrice e quindi di vita.

Dunque, il Golem.
Penso sappiate già cosa avvenne in seguito… immaginate: un’altra notte buia e fredda nelle strade di Praga. Il ghetto, dove gli ebrei della città vengono relegati dal sovrano. La paura e l’insicurezza improvvisamente sconfitte grazie all’aiuto del Golem, fedele servitore pronto ad assolvere qualunque compito, a obbedire a qualunque ordine. Ma, ad un tratto, qualcosa non va, qualcosa non funziona come dovrebbe. Il corpo senza anima, reso vivo dalla Parola soltanto, comincia ad agire per conto suo. Si ribella al padrone. Diventa violento. Emana rabbia. È un pericolo per l’intera comunità. Ci ucciderà tutti! Come fermarlo?

Meth.

Rabbi Loewe riesce con uno stratagemma a cancellare la lettera aleph dal biglietto, sottraendo alla Parola il potere divino e annullando la formula. Il corpo del Golem giace ora senza vita, senza forza e senza più arrecare danno. Col rammarico per la sua creatura inerme, il rabbino la seppellisce nella soffitta della sinagoga, nascosta agli occhi e alle voci della città.
Un esperimento mal riuscito, certo. Ma il suo mito riecheggia tuttora nelle scritture sacre e in quelle profane della cultura europea. Mi pare che ci abbiano anche fatto un film. Anzi, no, tre. Tutti dello stesso regista – quando si dice “manie di perfezionismo”. Se non erro il suo nome era Paul Wegener. Già, il primo film ormai è andato perduto, ne rimangono solo frammenti. Comprensibile, era del 1914. Tre anni dopo esce il secondo. Il terzo è quello che si può trovare ancora oggi sul web. Nuovissimo per quei canoni: è del 1920. Guardate:

Scenografia d’avanguardia, minimalista, anzi, espressionista. Praga sembra irriconoscibile. I tempi di cui si narra sono talmente antichi che i palazzi intonacati, i ponti, lo stesso fiume Moldava, persino il Castello e il suo Vicolo d’oro, dimora di alchimisti, ancora non esistevano. La scena si riduce ad un nodo di gallerie e capanne di terra e pietra, quasi fosse un formicaio e non una città. personaggi muti, in bianco e nero, esprimono le proprie emozioni contorcendo i volti inceronati e il Golem, rigido e corrucciato, con un’acconciatura che precorreva il tempo di Cleopatra, geme sordamente e da avvio alla propria distruzione.

kafka_filmMa torniamo ora al nostro uomo che corre.
Dov’è finito?
Sciocco, è andato ad infilarsi in un vicolo. Ora è in trappola, il cancello è chiuso! Una risata acuta e perturbante riecheggia nella notte e un’ombra rapida e grottesca striscia sulle pareti delle case. Si avvicina. Ride e si avvicina, con quei movimenti osceni, quella vocina innaturale. È un uomo o un demone?
Ecco! L’ha trovato. Bracca l’uomo che corre. Lo tiene in trappola. Gli balza addosso. È finito, svenuto, in balia dei suoi aggressori. Perché c’è un altro che si avvicina. Ma questo pare normale. Si approccia al primo come farebbe il padrone col cane e quello come tale gli risponde. Ha qualcosa di strano, quello che agisce da cane. Come se gli avessero fatto lo scalpo e glie l’avessero ricucito. Una pezza calva e cicatrizzata sul cuoio capelluto. Ma certo! È la lobotomizzazione.
Non si hanno prove di quello che succede in quel castello maledetto, ma in molti a Praga si sono accorti che vi agisce una forza oscura e malvagia. Le persone spariscono dai posti di lavoro, dalle loro case. La notte si sentono voci disumane e vagano per la città queste specie di burattini di carne, con le loro inquietanti cicatrici. Esperimenti scientifici riusciti male, o al contrario, riusciti assai bene. Corpi senza coscienza, pronti ad esaudire qualunque richiesta, sempre obbedienti e fedeli al padrone.

E alla banca invece continuano a battere ininterrotte le dannate macchine da scrivere degli uffici della burocrazia. Scartoffie sovraccaricano le scrivanie immerse nell’aria viziata degli archivi e Lui vorrebbe solo scrivere. Rinchiudersi nella sua stanzetta, perdersi nei suoi pensieri patologici, immerso nella poltrona, immobile. Esorcizzarli con la sua penna.
A queste fantasie, questi incubi, proiezioni malsane della sua mente, si lasciava sovente andare l’assicuratore Franz Kafka, impiegato germanofono di famiglia borghese ebrea. Un classico: carattere schivo e timido, ma di forte inclinazione artistica; problemi con la figura paterna, troppo severa e prepotente; problemi con le figure femminili e nessuna propensione alla vita familiare; poi desiderio di solitudine, amori turbolenti o tirati per le lunghe. Unico rifugio dalle difficoltà dell’impossibile vita – la scrittura, a cui si dedica nel tempo libero, sottraendosi ore di sonno e di quiete. Ma chi ce l’ha la quiete con certi incubi in testa?

Franz Kafka
Franz Kafka (1883-1924)

Si mette il cappello e passeggia sul ponte Karlův innevato, sempre elegante e composto, tossendo sangue nel suo fazzoletto bianco, cosciente della sua fine imminente.
Franz Joseph Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883, muore di tubercolosi in una casa di cura nei pressi di Vienna il 3 giugno 1924. Lascia la compagna degli ultimi anni, Dora Diamant, e l’amico Max Brod – fedele, ma non abbastanza da rispettare le sue volontà testamentarie e per questo colpevole di aver salvato e pubblicato i manoscritti delle sue opere, anche dei romanzi incompiuti che sono arrivati fino a noi oggi: Amerika, Il processo, Il castello. Avrebbe infatti dovuto bruciarli e farli dimenticare al mondo.

Leggeteli, se non temete di farne infuriare l’autore. Immergetevi nelle zone oscure dell’inconscio. E se ancora vi chiedete quale sarà a sorte dell’uomo che corre, di cui ho raccontato prima, ecco a voi un altro bel film da guardare nelle notti temporalesche. In bianco e nero, sì, ma questa volta la voce c’è ed è quella del sublime Jeremy Irons. Il film è del 1991, regia di Steven Soderbergh. Titolo, come potrete immaginare: Kafka. Non badate alla versione italiana, non si comprende il motivo dell’improponibile titolo “Delitti e segreti” che gli è stato affibbiato. Consigliata la versione originale, in inglese. 105 minuti di suspense, in un miscuglio indecifrabile di biografia e letteratura, realtà e finzione.

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