Ombre Lunghe a San Pietroburgo

 “L’hanno fatta al contrario, questa città, quando c’è il sole è tutto in controluce.”
(Martina Manzone)

Chi arriva in Russia per la prima volta, pur se preparato adeguatamente con decenni di cinema americano, può essere soggetto a un piccolo shock culturale. Ma se Mosca può atterrire con i suoi palazzi-fortezze e i suoi viali a otto corsie e le grandi città ribaltare, in positivo e in negativo, qualsiasi aspettativa, San Pietroburgo, da sempre la più europea delle città russe, si presenta di solito in una veste più gentile.

Progettata sul modello di Amsterdam e costruita da un sfilza interminabile di architetti italiani e francesi, la città è affollata da palazzi signorili, lunghi viali illuminati e chiese barocche cariche d’oro. C’è persino una piccola San Pietro, la Cattedrale di Kazan’, che si affaccia sulla Prospettiva Nevskij circondata da curatissimi giardini all’inglese. Se non accogliente, sicuramente l’aria che si respira è perlomeno più rassicurante e familiare.

Avete già capito dove voglio arrivare, vero? Non fraintendetemi, quello che ho scritto lo penso sul serio, ma è anche vero che sono qui per parlarvi delle ombre di Pietroburgo, e di ombre questa città, nonostante i suoi bei lampioni in stile art nouveau, ne ha a bizzeffe.

[In sottofondo: Gabor Szabo – The Fortune Teller]
[Foto, tranne dove diversamente indicato, di Martina Manzone]

Cominciamo dal principio. Desideroso di allontanarsi da una Mosca ormai in mano ai boiari e di dare alla Russia un porto marittimo degno di questo nome, lo zar Pietro il Grande decide di costruirsi da sé la città che desidera, circa 300 km a nord di Novgorod, là dove la Neva sfocia nel Baltico. Qui sorge il primo problema: la Neva, come ogni fiume che si rispetti, non termina il suo percorso in un limpido estuario ma in una serie di paludi e acquitrini che si estende per chilometri. Ma Pietro è un uomo dal carattere d’acciaio, la cui forza di volontà è eguagliata solo dalla sua voglia di fare, e nel 1702 dà inizio alla bonifica del territorio e alla costruzione della città. L’intera operazione costa la vita a migliaia di uomini e dà origine al mito della città maledetta, la cui influenza è ben evidente in tutta la letteratura da quel momento in avanti. Puškin la tramuta in una città apocalittica, dove la statua animata dello zar Pietro insegue il protagonista attraverso un dedalo di vie alluvionate. Per Dostoevskij il male è rappresentato dalle notti bianche, quel tremendo periodo dell’anno in cui il clima umido e caldo, unito alla costante assenza di buio, porta alla follia i suoi abitanti. Aleksandr Blok vede strane figure aggirarsi nella nebbia e Andrej Belyj, che a Pietroburgo ha dedicato l’omonimo romanzo, la popola di personaggi simili a bestie, gruppi rivoluzionari a piede libero, fuochi che non scaldano e lampade che non illuminano, e orrendi figuri dai lineamenti tatari, saltati fuori da un passato dimenticato a ricordare che “tutti i russi hanno sangue mongolico”. “Affonderai nella palude nera, o città maledetta, avversa a Dio”, la malediceva la sempre incantevole Zinaida Gippjus in una sua poesia

“e il verme tenace nella melma,
rosicchierà il tuo scheletro di pietra.”

Ho parlato di ombre e nebbia ma state attenti a non pensare al colore sbagliato. Pietroburgo è gialla. Gialla di febbre e mistero, ma anche del terrore che ti prende all’improvviso e della gelosia che non ti abbandona. Giallo è quell’alone di sovrannaturale che le conferisce da secoli il titolo di città maledetta.

Dite che sto esagerando? Che mi sono fatto suggestionare da troppi libri? Che in fondo nel mondo reale una città è solo una città? E allora andiamo a vederla da vicino, questa città di Pietro, questo mondo reale.

Tanto per cominciare ditemi, cosa fate quando vi rendete conto che il Diavolo è tra di voi? No, non cercate di fregarlo, stupidi. C’è un motivo se lui è il Principe di Ogni Menzogna e voi no. Il Diavolo lo si spaventa. Lo sapevano bene in epoca medievale, quando anche la chiesa più piccola aveva il suo gargoyle o il suo animale selvatico a fare la guardia contro il Maligno. Pietroburgo abbonda di simili bestie, poste un po’ ovunque, consapevolmente o meno, dagli stessi architetti che diedero vita alla geometria surrealista di questa città.

dscn3891

Lungo il centralissimo canale Griboedov, che taglia in modo molto creativo le altrimenti dritte linee delle strade, fanno bella mostra il Bankovskij Most (Ponte della Banca) e il L’vinyj Most (Ponte dei Leoni), due ponti pedonali sorretti dai cavi che escono dalle bocche dei loro guardiani, quattro grifoni dalle ali dorate per il primo e quattro leoni di ghisa bianca per il secondo. Vagamente estranianti tanto di notte quanto di giorno, questi due ponti sono posti in modo tale da voler quasi suggerire l’immagine di un sicuro passaggio tra i due lati del canale, certamente più sicuro delle strade invase da automobilisti sull’orlo di una crisi di nervi. Se siete a corto di soldi accarezzate le zampe dei grifoni e in poco tempo vi ritroverete per le mani una piccola fortuna.

Fonte: Wikimedia Commons.

                                    Fonte: Wikimedia Commons.

Spostandoci a nord (almeno credo; dove cacchio è il nord in questa città?) e attraversando la Neva approdiamo sul lungofiume Petrovskaja, accanto all’imponente Fortezza di Pietro e Paolo. Qui, quasi invisibile in mezzo agli alberi, sta una minuscola casetta di legno, dove risiedeva Pietro il Grande durante la costruzione della città. A fare la guardia ci sono leoni un po’ particolari, gli shi-dza, i leoni-rana che la tradizione cinese vuole incarnazione del potere divino. Donati dalla città di Qilin’ al governatore Grodekov nel 1907, questi pensò che ci stessero proprio bene davanti ad una casa costruita secondo lo stile olandese del XVII secolo. Del resto a quel punto per Pietroburgo circolavano sfingi già da molto tempo.

Già, le sfingi. La città in generale è piena di statue egizie antiche o moderne, poste nei luoghi più impensati senza un criterio apparente. Vi basti sapere che nel quartiere di Smol’nyj il portone di un condominio (di cui ho dimenticato o forse rimosso l’indirizzo) è affiancato da due statue del dio Anubi in marmo nero. Tornando alle sfingi, se ne incontrano un paio di guardia all’Egipetskij Most (Ponte Egizio) sul tratto finale del canale Fontanka. Detto ponte in realtà sostituisce il precedente, risalente al XIX secolo, che contava tra le altre cose due imponenti cancelli di ferro a tema egizio e che crollò nel 1905 sotto il peso di un reggimento di cavalleria. Le sfingi vennero recuperate e poste all’imbocco del nuovo ponte. Due statue ben più antiche si trovano invece sul lungofiume Universitetskaja, sulla banchina davanti all’Università che nel XIX secolo era usata come attracco per le barche. Le due sfingi arrivano direttamente da Luxor e risalgono a circa 3500 anni fa. Arrivarono a Pietroburgo nel 1832, dopo che lo storico Andrej Murav’ev ne rimase così affascinato da convincere ad acquistarle nientemeno che l’ambasciatore russo in Egitto.

dscn3910

Mi direte che è un bene che in città ci siano così tante sfingi, da sempre fedeli custodi e guardiane, ma io vi voglio ricordare che si tratta di creature molto ambigue e all’occorrenza crudeli e che qualsiasi reperto strappato alla culla del Nilo durante l’egittomania ottocentesca ha sempre portato con sé morti e sciagure. Nel nostro caso, tanto queste sfingi quanto quelle dell’Egipetskij Most sembrano mutare espressione col calar del sole, trasformando il loro sguardo benevolo in uno inquietante e minaccioso. In diversi provano di tanto in tanto a documentare l’evento ma, si sa, gli occhi della sfinge sono in grado di portare alla pazzia, e il giorno dopo dei poveretti non si ha più traccia. Non è nemmeno consigliabile rimanere troppo a lungo nei paraggi perché, come ogni buona statua maledetta, anche queste sono in grado di animarsi e a fare a pezzi gli ignari passanti.

dscn3909

Ma il Diavolo? Eh, poverino, terrorizzato da leoni, maledizioni egizie e lo scarso senso estetico dei pietroburghesi, il Principe delle Tenebre si è ritirato, dicono, in via Gorochovaja, precisamente al numero 57. Costruito sul finire del XVIII secolo, il palazzo Evmentev non sembra essere nulla di speciale. Uno delle centinaia di edifici in stile neoclassico che rendono Pietroburgo così poco russa. Ma è superato il cortile interno, si sussurra, che le cose si fanno interessanti. Questo lato dell’edificio si apre infatti con una scala a doppia spirale in ferro battuto sostenuta da sei colonne turchesi. Perché sia stata incastrata lì nessuno lo sa, tanto più che la scala di sinistra termina all’improvviso contro un muro. Si dice che nel cuore della notte Satana in persona sia solito apparire sulla scala, pronto ad esaudire ogni desiderio, per quanto in modo peculiare. Prendete la signorina N e il suo matrimonio infelice, ad esempio. Rattristata da un marito che, di ritorno dalla guerra, era diventato più bestia che uomo, questa giovane dama dell’aristocrazia pietroburghese chiese aiuto a Lucifero e questi la accontentò facendole trovare il suo consorte morto nel letto il giorno seguente. E che dire di quel ragazzo che, desideroso di crescere, rimase all’interno del colonnato per quindici minuti e ne uscì settantenne? Una teoria mai provata ci informa che questa rotonda è al centro di un pentacolo rovesciato formato sulla mappa da altre cinque rotonde segrete.

dscn3930

Luogo di ritrovo di satanisti, massoni e, si giura, anche di Sua Virilità Grigorij Rasputin, dagli anni Sessanta in poi divenne piuttosto popolare tra gli esponenti della cultura sommersa sovietica. Artisti e musicisti, tra cui spiccano Viktor Coj, cantante dei Kino, e Konstantin Kinčev, si sono ritrovati su queste scale per discutere di temi illegali e lasciare sulle pareti qualche messaggio per il Diavolo. Di recente l’intera struttura, come altre zone della Sennaja, è stata restaurata, intonacata e imbiancata nel tentativo di darle un’aria pulita e rispettabile.

Ma il male se ne infischia delle apparenze. Agisce col bello e col brutto, nello sporco e nel pulito. A conclusione del tour vi porto al di là del centro storico, al termine del Ligovskij prospekt, sul confine segnato dal canale Obvodnyj. Più in là terminano i canali e le geometrie impossibili e si estende la periferia sulla terraferma. Il canale Obvodnyj, letteralmente Canale di Scolo, non è niente di speciale. Scavato negli anni Cinquanta del XVIII secolo, sul finire dell’Ottocento raccoglieva gli scarichi di tutte le abitazioni e le industrie della zona. Nei secoli passati periferia malfamata, oggi il canale è circondato da quartieri residenziali ripuliti e rimessi a nuovo. Ma la sua storia è tutt’altro che pulita se pensiamo che già duranti gli scavi i lavoratori si lamentavano di forti mal di testa e fischi nelle orecchie. Risse, omicidi e altri episodi di violenza resero difficoltosi i lavori, che tuttavia vennero completati a denti stretti. Quasi due secoli dopo, nel 1923, il ponte Borovskij cambia bruscamente nome dopo che decine di persone vi si suicidano gettandosi nelle acque putride del canale. Da quel momento il nuovo Ponte dei Suicidi conosce episodi simili quasi ogni anno, dal gesto del singolo ad attimi di follia collettiva. Si dice che sul luogo incomba una maledizione da quando, nel XIII secolo, soldati svedesi massacrarono una tribù di nativi del posto. Si dice che a inizio Novecento di questi nativi vennero ritrovate le tombe, subito occultate dalle autorità. Però, al di là delle voci, qual è la verità?

La verità? Ve lo devo veramente dire io, qual è la verità? Un terreno infido e malsano, con un clima caldo e umido d’estate e glaciale d’inverno, continuamente spazzato da vento e pioggia. Notti infinite alternate a giornate di luce perpetua. Duecento anni di un governo che si ricorda del popolo solo quando deve lucidarsi le scarpe e poi altri cento di uno che a quel popolo spezza la schiena per inseguire un Radioso Avvenire che rimane sempre all’orizzonte. La verità è che noi possiamo avere la memoria corta ma pietra e terra e acqua ricordano molto bene.

dscn3875

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s