Spedizione sulla montagna dei morti

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[Sottofondo: “Sorni nai”, Kauan]

Chiudete gli occhi e immaginatevi un luogo incontaminato. Niente spiagge caraibiche, questo è periodo di monsoni. E niente foreste amazzoniche, troppe zanzare e insetti velenosi. Quello che vi chiedo di immaginare sono montagne. Non le irte Dolomiti, con le guglie appuntite che affascinano gli alpinisti, e nemmeno le care Alpi dai prati verdi. Spostatevi più a Est, dove finisce l’Europa, oltre il Volga e il placido Don. Fermi, siete arrivati: ecco i monti Urali.

Forse non sono una meta molto in voga tra gli alpinisti, ma gli Urali sono montagne piuttosto bizzarre. Pensate che nel XIII secolo circolavano numerose leggende da quelle parti, in Baschiria: parlavano di un certo Ural, un eroe dall’animo nobile e dalla forza sovraumana che, dopo aver combattuto dragoni e forze del male per tutta la vita, si sacrificò per salvare la sua gente. In segno di riconoscenza, il popolo baschiro ricoprì la sua tomba con un mucchio di pietre così imponente da costituire una catena montuosa. All’inizio del ‘900 queste leggende vennero raccolte in un unico poema intitolato “Ural batyr” (Ural batyr), tradotto in russo, inglese e tedesco.

Ma non è di questo di cui vi voglio parlare. Quello che vorrei raccontarvi è un fatto misterioso realmente accaduto il 2 febbraio 1959 sul versante orientale del Cholatčachl’, che nella lingua locale, il mansi, significa “montagna dei morti” in riferimento alla totale assenza di vegetazione.

Partiamo con ordine: un gruppo di amici organizza un escursione con gli sci di fondo attraverso gli Urali settentrionali, nell’oblast’ di Sverdlovsk. Sono tutte brave persone (o almeno così diranno in seguito amici e parenti), tra i 21 e i 25 anni più un trettottenne. Otto ragazzi e due ragazze che studiano o si sono appena laureati all’ Istituto Politecnico degli Urali. Amanti della montagna e per niente sprovveduti: ognuno di loro ha alle spalle lunghe escursioni sugli sci e spedizioni. Il gruppo, guidato da Igor Alekseevič Djatlov pianifica di raggiungere il monte Otorten seguendo un percorso considerato di III categoria, ossia per i più esperti. “Che bellezza!” penserà chi ama la montagna. Una spedizione con i fiocchi tra amici e natura: che c’è di meglio?

I giovani sciatori si mettono quindi in viaggio il 25 gennaio 1959: prima in treno, poi in camion. Dopo due giorni arrivano quindi a Vižaj, l’ultimo centro abitato della zona, e si mettono in marcia. Il giorno dopo uno di loro, Jurij Efimovič Judin, decide di tornare indietro per problemi di salute. Le foto e i diari dei ragazzi raccontano gli avvenimenti dei giorni successivi alla partenza di Jurij. Il 31 gennaio il gruppo raggiunge un altopiano, dove lasciano il cibo in eccesso e i vestiti necessari per il ritorno. Il giorno dopo iniziano la salita del Monte dei Morti. Igor Alekseevič probabilmente intende valicare il passo e accamparsi per la notte sull’altro versante. Ma con la montagna non si scende a patti e una tempesta di neve ostacola la visibilità e i piani di Igor Alekseevič, che guida così il gruppo troppo ad Ovest. Accortosi dell’errore, decide di fermarsi e aspettare che la bufera si calmi, per poi tornare indietro il giorno successivo.

Secondo i piani, gli escursionisti sarebbero dovuti tornare dall’Ortoten il 12 febbraio e avrebbero dovuto mandare un telegramma alla loro associazione sportiva da Vižaj. Arriva il 12 febbraio, ma non il telegramma. Del resto, qualche giorno di ritardo è prevedibile in questi casi e nessuno dei membri dell’associazione si preoccupa. Ma i giorni passano e dagli sciatori non arriva nessuna notizia: finalmente il 20 febbraio si organizza una spedizione di ricerca. Dopo 6 giorni di perlustrazione della zona, i membri della spedizione trovano davanti ai loro occhi una scena sconcertante.

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La tenda è distrutta, squarciata dall’interno. Nella neve c’è una scia di impronte che si dirige verso la vicina foresta, ma scompaiono dopo circa 500 metri. I ricercatori si dirigono subito verso il bosco: sotto a un cedro, a 1 km e mezzo dalla tenda, trovano i resti di un falò a vegliare sui corpi di Jurii Alekseevič Krivoniščenko e Jurij Nikolaevič Dorošenko. Sono scalzi e indossano solo la biancheria intima. La loro pelle ha una strana sfumatura marrone. I ricercatori proseguono, e, poco lontano dal cedro, trovano Igor Alekseevič Djatlov, Zinaida Alekseevna Kolmogorova e Rustem Vladimirovič Slobodin. Sono seminudi, ai piedi indossano solo i calzini, al massimo una scarpa. Sono distanti tra loro, e anche la loro pelle presenta una strana “abbronzatura”. Guardando le posizioni dei corpi, ai ricercatori sembra che stessero cercando di tornare alla tenda.

Le indagini iniziano fin da subito. Le impronte degli escursionisti, le sole rilevate sulla scena, indicano che i ragazzi si sono allontanati tutti insieme dalla tenda. Il primo esame medico stabilisce che i ragazzi sono morti di ipotermia tra le 6 e le 8 ore dopo l’ultimo pasto. Tuttavia c’è qualcosa di strano: i pochi vestiti indossati dai ragazzi presentano infatti altissimi livelli di radioattività.

La situazione si complica quando il 4 maggio vengono trovati i corpi di Ljudmila Aleksandrovna Dubinina, Aleksandr Sergeevič Kolevatov, Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles e Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, sepolti sotto 4 metri di neve in una gola scavata a 75 metri dal cedro. Indossano i brandelli di vestiti degli amici: probabilmente li avevano strappati loro di dosso prima di gettarsi nella gola nel disperato tentativo di salvarsi. Anche la loro pelle è stranamente scura. La Dubinina è priva della lingua, degli occhi e di parte della mascella.

Dall’autopsia risulta che Dubinina e Zolotarëv hanno la cassa toracica gravemente fratturata e Thibeaux-Brignolle riporta una grave frattura cranica. Certo, fratture simili sono da aspettarsi su corpi ritrovati in fondo ad una gola profonda, ma i ragazzi non presentano alcuna ferita esterna e, soprattutto, il dottor Boris Vozrozhdenny osserva che per provocare simili fratture è necessaria una forza sovraumana, simile a quella che si origina dall’impatto in un incidente automobilistico: è come se i corpi dei ragazzi fossero stati schiacciati da una fortissima pressione esterna, che ha rotto le ossa senza danneggiare i tessuti molli. Dalle analisi risulta che anche i loro vestiti sono estremamente radioattivi.

Che cosa ha spinto nove ragazzi a fuggire dalla loro tenda di notte, scalzi e senza giubbotti ad una temperatura di -30 gradi? Le indagini proseguono e vengono mosse le prime ipotesi. Qualcuno sostiene che i ragazzi siano stati aggrediti dagli indigeni mansi, ma nella neve ci sono le impronte di sole 9 persone e sui cadaveri non ci sono segni di colluttazione. Per quanto riguarda gli indumenti dei ragazzi, assolutamente inadatti alle temperature glaciali, c’è chi avanza la teoria dell’undressing paradossale: nel 25% dei casi di morte per ipotermia il soggetto tende a sentire una falsa sensazione di forte calore che lo porta a strapparsi i vestiti di dosso; inoltre, alcuni ragazzi avevano preso i vestiti dei compagni già morti. Tuttavia questo non spiega perché gli sciatori abbiano abbandonato la tenda senza indossare giubbotti e scarponi. Resta comunque da spiegare il motivo dell’elevata radioattività degli indumenti.

L’inchiesta viene chiusa nel maggio dello stesso anno per “assenza di colpevoli”. Il verdetto finale fu che a causare la morte degli studenti fu un’ “irresistibile forza sconosciuta”. La rapida conclusione delle indagini ha scatenato numerose polemiche: alcuni studiosi hanno accusato le autorità di aver volutamente trascurato, o forse ignorato, alcuni fatti, come lo strano colore della pelle dei ragazzi. Inoltre, durante le indagini è emerso che un altro gruppo di escursionisti, poco distanti dallo Cholatčachl’, durante quella fatidica notte ha visto strane sfere arancioni nel cielo. In seguito viene appurato che quelle “sfere” altro non erano che lanci di missili balistici R-7. Alcuni resoconti infine rivelano una grande presenza di rottami metallici nella zona, che suggeriscono l’ipotesi secondo cui l’esercito avrebbe svolto delle operazioni militari nell’area e fosse pertanto interessato ad insabbiare la questione.

Alcuni dettagli dell’incidente sono stati resi pubblici solo dal 1990; alla luce delle nuove informazioni il giornalista Anatoly Guschin pubblica Cena goctajny – devjat’ žiznej (“Il prezzo dei segreti di Stato è di nove vite”), che raccoglie i suoi studi sul caso e viene molto criticato in quanto sostiene una rischiosa teoria relativa alla sperimentazione di un’arma sovietica.

In ogni caso, la tragedia ha avuto un forte impatto sull’immaginario collettivo: già nel 1967 esce il primo romanzo ispirato alla vicenda: è Vysšej kategorii trudnosti (“Al più alto livello di complessità”) scritto da Jurij Yarovoj. Lo scrittore aveva collaborato come fotografo ufficiale alle ricerche del 1959 e aveva partecipato alla parte iniziale delle indagini, pertanto conosceva l’accaduto nei particolari. Tuttavia, all’epoca molti dettagli non erano ancora stati resi noti, e Yarovoj nel suo romanzo si attiene alla versione ufficiale dei fatti, senza aggiungere informazioni personali. Dopo la morte di Yarovoj,nel 1980, non è stato più possibile trovare il suo archivio personale, comprendente foto, diari e manoscritti.

Nel 2000 una rete locale realizza un documentario sull’incidente, Tajna Perevala Djatlova (“Il mistero del passo Djatlov”). Se qualcuno di voi si è stufato dei soliti film horror, ecco il link del documentario in russo.

Alla realizzazione del documentario collabora anche Anna Matveevna, scrittrice vincitrice di premi letterari quali Lo stellato di Salerno e i russi Urale Bol’šaja kniga. Nel 2001 pubblica il romanzo Tajna Perevala Djatlova (“Il mistero del passo Djatlov”), che ad oggi è la fonte più completa di informazioni relative all’accaduto.

Nel 2013 esce il film Devil’s Pass, il cui antefatto si basa sulla vicenda di Djatlov e dei suoi compagni. A ottobre dell’anno scorso esce inoltre l’album “Sorni nai” dei Kauan, gruppo russo post-rock/doom metal che ha musicato l’intera vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=dO02VJEYYEk

La vicenda è fonte di ispirazione artistica anche dopo più di 50 anni, ma non manca chi continua a chiedere alle autorità che si faccia luce sulla tragedia. La Fondazione Djatlov di Ekaterinburg, con il supporto dell’Università Tecnica Statale degli Urali, si impegna nel convincere le autorità a riaprire le indagini e a sostenere il Museo Djatlov, che perpetua il ricordo degli sciatori scomparsi.

Non si fermano nemmeno le ipotesi scientifiche relative all’accaduto: nel 2014 lo statunitense Donnie Eichar presenta una teoria per cui la morte dei giovai sarebbe stata causata da una “tempesta perfetta”. La forma conica della Montagna dei Morti avrebbe favorito la formazione di una serie di violentissimi tornado. La tempesta avrebbe inoltre prodotto delle onde a ultrasuoni, responsabili di perdita di sonno, mancanza di respiro e grande panico nei ragazzi, spinti così a fuggire disperati nella neve.

Anche se non è ancora stata fatta luce sulla vicenda, il passo nel quale i nostri sciatori hanno trovato la morte, rimasto inaccessibile per 30 anni, è ormai noto come Passo Djatlov. Se per caso vi trovate da quelle parti scattate pure qualche foto, ma non attardatevi!

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