“BISBIGLIARE E URLARE” – UNDERGROUND IN GERMANIA EST

Sottofondo: Feeling B – Ich such’ die DDR

Stiamo forse parlando di Underground? Allora è d’obbligo infilare nel discorso anche un po’ di buona Germania, ma non di tutta, solo di quella parte che una volta si usava chiamare “Settore Est” e per la precisione di una corrente culturale che vi si sviluppò tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Si tratta nient’altro che di Punk. Sì, Punk con la P maiuscola, perché in Germania, anche quando di Germanie ce ne sono due, si fa così.

Questo Punk con la P maiuscola si va a trovare proprio nella socialistissima RDT (per i germanofoni DDR), ovvero la Repubblica Democratica Tedesca. Fu pertanto una corrente giovanile altamente invisa alle forze dell’ordine e caratterizzata come molte altre dal desiderio di ribellione alle norme e alle convenzioni sociali, all’autorità e al sistema di classe – perché sì, sotto sotto, ma senza bisogno di scavare troppo, un sistema di classe si era formato anche da loro.

Nella Germania Est i centri più attivi di questo movimento furono Berlino (Est), Dresda, Erfurt, Halle e Lipzia, dove la cultura punk arrivò alla fine degli anni ’70 dalla Gran Bretagna (passando sottobanco per la Germania Ovest) attraverso i canali musicali della RIAS e della BBC.

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I primi gruppi punk altro non erano che piccoli raduni di giovani che si ritrovavano per bere birra, ascoltare musica e discutere, nonostante ciò vennero immediatamente etichettati dalla società come elementi pericolosi e indesiderati.

Concorrevano e si opponevano ad altri movimenti giovanili come hippy, rock e hooligan e seguivano una sorta di codice d’onore sullo stampo di quello dei tre moschettieri “uno per tutti e tutti per uno”. Di conseguenza, se un Punk veniva pestato, quante più persone possibile si mobilitavano per lui e per “sistemare la faccenda”.

L’entusiasmo e la partecipazione dei giovani a questo movimento raggiunse i massimi livelli nei primi anni ’80, per poi sfumare a partire dal 1986. Tuttavia molti Punk sopravvissero fino alla fine della Repubblica Democratica Tedesca (che per la cronaca avvenne dopo la caduta del Muro, nel 1990) continuando ad essere perseguitati dagli organi di polizia e dalla Stasi.

Solo a Berlino nei primi anni ’80 circa 250 Punk vennero arrestati dalla Volkspolizei come criminali e costretti ai domiciliari o ai lavori socialmente utili. Molti esponenti di questa corrente scelsero pertanto di indossare simboli di repressione e persecuzione tipici di altri gruppi, come ad esempio la stella gialla degli ebrei.

Riferisce lo scrittore tedesco Aleksander Kühne, Punk nella provincia brandeburghese degli anni ’80: “non chiedevamo nulla a nessuno. Quindi inizialmente non ci furono problemi. Ma quando iniziammo ad organizzare concerti saltarono fuori i contrasti con le autorità. Si incappava in  procedure penali per “trasgressione della morale socialista”, per incitamento all’emigrazione o anche per il semplice disturbo della quiete pubblica quando si sforava  l’orario di chiusura.” (http://www.br.de/radio/bayern2/sendungen/zuendfunk/netz-kultur/buch/interview-alexander-kuehne-100.html)

Il Punk si rivelava spesso un elemento estetico o una moda, anche perché molti, come lo stesso Kühne, temevano di finire nelle prigioni della Stasi e quindi si tenevano alla larga dalla politica. Tuttavia  alcuni appartenenti al movimento si dimostrarono politicamente attivi e divennero anche protagonisti di occupazioni di spazi abitabili insieme ad attivisti per la salvaguardia dell’ambiente e a gruppi pacifisti. Squatter, insomma.

A partire dal 1983 avvenne inoltre la scissione tra il movimento Punk e gli skinhead. Questi ultimi infatti, un tempo inclusi nella sfera culturale punk, se ne allontanarono, deviando sempre più verso la destra estremista. Molti Punk invece si persero nell’alcolismo, nella droga e nell’autolesionismo. Verso la fine della RDT i soggetti più attivi tesero al contrario a un orientamento politico di sinistra.

Tra il 1983 e il 1986 la repressione da parte della polizia toccò il suo apice e molti attivisti e figure guida del movimento caddero in condizioni di pericolo o estremo bisogno, a volte vedendosi costretti all’emigrazione (inutile aggiungere – clandestina –).

Verso la fine degli anni ’80 nella RDT il numero dei Punk si aggirava attorno ai 599 elementi soltanto e a Berlino la scena culturale si era molto ridotta, spostando così l’epicentro nella vicina Potsdam.

A livello ideologico si ispirava ai modelli occidentali importati grazie al mercato nero, non potendo attingere da produzioni interne alla RDT, cosicché gli elementi estetici originali del movimento inglese e tedesco occidentale venivano assorbiti senza conoscere il contesto sociale da cui derivavano. Non erano di per sé politicizzati, ma i giovani che ne facevano parte si trascinavano dietro il loro stile di vita preesistente, spesso caratterizzato da noia e frustrazione lavorativa. Il Punk era quindi un modo per ricavarsi un angolo di libertà e scostarsi dalla claustrofobica vita borghese (nel senso esistenziale del termine, siamo pur sempre in ambiente socialista) in cui erano costretti. L’idea di fondo era che un caos autogestito e indipendente dalle gerarchie e dalle norme comuni potesse offrire una soluzione alternativa a qualunque legge sia del Socialismo sia del capitalismo occidentale. Inizialmente l’anarchia era quindi l’approccio più comune.

Con l’espansione della corrente e con una maggiore affluenza di giovani tra le sue file, i Punk più anziani cominciarono a stabilire un sistema elitario e a selezionare i membri del gruppo. Infine nel 1983 la scena culturale muta nuovamente e il movimento si riduce a una moda per il tempo libero e lo svago.

Un ruolo di grande rilievo giocavano le ragazze, molto più ostacolate e mal viste dalla società e dalle stesse famiglie rispetto ai coetanei maschi. La presenza femminile era quindi assai scarsa. Quelle che riuscivano a ribellarsi e ad unirsi alla scena culturale punk rivendicavano indipendenza dalle forme e dalle convenzioni sociali che le relegavano a determinati ruoli e comportamenti “femminili”, lottando per liberarsi dalle leggi imposte da uomini in un mondo governato da uomini.

I ragazzi e le ragazze punk della RDT avevano pochi materiali e poco denaro a disposizione per crearsi uno stile, pertanto nella maggior parte dei casi si fabbricavano da soli i vestiti, stracciando e ricucendo abiti con borchie o toppe e disegnandoci sopra simboli o nomi di band musicali, titoli di canzoni o elementi provocanti come la scritta “Solidarność” o lo slogan antifascista “Macht die Arbeit frei?”. Soluzioni domestiche venivano anche usate per le acconciature, che negli anni ’80 variavano in taglio, forma e colore grazie a coloranti per tessuti, colla di pesce (o acqua e zucchero) e tanta, tantissima lacca.

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A livello artistico e musicale il Punk aveva una buona risonanza nella Germania orientale. La corrente era arrivata fino a lì e si era sviluppata grazie alla musica, passata tramite il mercato nero e largamente autoprodotta in seguito. Per quanto riguarda le arti visive, gli artisti punk erano rappresentativi delle correnti pittoriche e scultoree contemporanee e godevano di una certa notorietà in mostre e manifestazioni neo-dada più o meno ufficiali.

Meno si può dire per quanto riguarda il cinema. La produzione di film nella sfera punk tedesca era volta soprattutto alla produzione documentaristica, alla descrizione e all’archiviazione di immagini e simboli che potessero andare a fornire dati e una memoria storica alla corrente culturale. In generale il Punk tedesco è stato relegato a una funzione più che altro discorsiva anche in ambienti sottoculturali di tipo internazionali. Tuttavia la produzione cine-documentaristica è sufficiente a farsi un’idea di che cosa fosse il Punk degli anni ’80 e della sua storia.

Molti di questi lavori cinematografici sono stati elaborati già dopo la fine della RDT e si risolvono in interviste ai protagonisti dell’epoca, come nel caso di „Störung Ost 1996”, dove le autrici Mechthild Katzorke e Cornelia Schneider insieme ad amiche e coetanee ricordano quella che è stata per loro la cultura punk all’epoca della Germania Est. Ancora si può citare “Too Much Future” (2006) di Carsten Fiebeler e Michael Boehlke, che descrive il movimento punk nella RDT e che è stato vincitore del 49° Festival di Lipzia per la documentaristica e l’animazione. Risalenti agli ultimi anni della Repubblica Democratica Tedesca sono invece “Winter Adè” del 1988, nel quale l’autrice Helke Misselwitz ritrae una punk sedicenne nella sua vita quotidiana, e “Unsere Kinder” uno studio per film-documentario del 1989 prodotto in collaborazione da Anne Richter, Roland Steiner, Michael Lösche, Rainer Schulz, Rainer Baumert, Angelika Arnold, Johannes Jürschik e Uli Fengler e che riporta interviste a membri della sottocultura tedesca orientale.

Dulcis in fundo non si può dimenticare di citare Dieter Schumann e il suo film documentario del 1988 “Flüstern und schreien – ein Rockreport”, di cui alleghiamo un trailer prodotto per il canale tedesco ZDF:

Schumann è nato in Germania Est a Ludwigslust nel 1953. Regista, produttore e sceneggiatore, ormai è noto nella sfera del cinema d’autore tedesco e internazionale per numerosi film, tra i quali Weltbahnhof mit Kiosk del 2015 e Tanz des Lebens del 2012.

Nel film-documentario del 1988, prodotto dallo studio DEFA della Germania Est, con la quale il regista ha lavorato fino alla fine della RDT, si raccontano la musica, la moda e le vite dei protagonisti del mondo underground tedesco orientale e delle sue punk-band come Silly, Sandow e Feeling B. Vengono mostrati e intervistati i giovani appartenenti a questa corrente nella loro quotidianità, raccontando le proteste, i desideri e le speranze di questa sottocultura, che usava la musica per esternare la propria critica contro il sistema.

Il film è reperibile nel mercato di nicchia in DVD o WHS, ma si possono rintracciare su internet i filmati delle interviste agli autori e ai protagonisti del film e dell’ambiente punk, che si raccontano qualche anno più tardi:

I protagonisti descrivono la società e la vita che conducevano nella RDT degli anni ’70-’80, la politica e il sistema di istruzione e le organizzazioni giovanili ufficiali e non ufficiali.

Oltre a questo, il film offre un’ampia prospettiva sullo stile, i vestiti, le acconciature e le abitudini ricreative dei Punk tedeschi, così come sulla mentalità e le motivazioni degli appartenenti a questa sottocultura. I musicisti e i giornalisti intervistati riportano con un misto di ironia e nostalgia i ricordi della loro giovinezza, i lati positivi e negativi del mondo punk a cui appartenevano, gli inizi delle loro carriere, l’entusiasmo e la serie di casuali eventi che li ha portati a collaborare al film di Schumann.

Pare impressionante per il pubblico di oggi come i giovani Punk tedeschi degli anni ’80 potessero risultare eccessivi, radicali e allo stesso tempo ingenui e semplici nelle immagini riproposte dal documentario e dalle interviste. Paradossalmente caotici, provocatori, ma comunque sempre di teutonica compostezza. Altrettanto impressionante è vedere il mutamento degli stessi protagonisti col passare del tempo, nelle interviste registrate anni più tardi, dove lo stile punk della gioventù è sfumato in uno più controllato e maturo, ma che ne lascia intendere l’eccentricità.

Utilissimo per neo-punk e germanofoni, consigliato anche per chi di tedesco non sa nulla. Ne vale la pena.

Alcuni dati utili sul film:
Regia: Dieter Schumann
Sceneggiatura: Jochen WisotzkiDieter Schumann
Musiche: Feeling BChicoree, Silly, Sandow, PopgenerationAndré und FirmaPaul Landers (consulenza)
Titolo originale: Flüstern und Schreien – ein Rockreport
Durata: 120min
Distribuzione: uscita al cinema 07.10.1988
Lingua: tedesco

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2 comments

  1. Liebe Martina, ein tolles Thema. Da haben Sie gut recherchiert. Kann ich vielleicht meinem neuen Konversationskurs unterbreiten,

    Viele liebe Gruesse
    Alexa

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