“Prendi nota: sono arabo”: La poesia di Mahmoud Darwish

[In sottofondo: Mashoru’ Leyla, “Fasateen”]

“Tornare nel luogo dove sei cresciuto e non trovarlo più o trovarlo stravolto ti dà una sensazione di grande perdita e di delusione per la memoria. Ti fa capire che non vi potrà più essere un ritorno a ciò che è stato. Non ritrovando più quei luoghi, ho fatto fatica a ritrovare me stesso.“
Così il poeta Mahmoud Darwish, a distanza di molto tempo, descrive quello che prova quando da bambino torna, dopo un anno, in quello che era il su villaggio natale. Siamo nel 1949, esattamente un anno dopo la Nakba.

Che cos’è la Nakba? Molti di noi non hanno mai sentito questa parola, ma sono a conoscenza della situazione attuale in Palestina, delle costanti tensioni con Israele, dei bombardamenti e campi profughi. La Nakba, in poche parole, è il culmine di una serie di eventi geopolitici che ha portato alla disastrosa crisi palestinese.

Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, la Palestina era stata affidata al Regno Unito con un mandato. Fin dall’inizio, il Paese fu scosso da varie rivolte da parte dei palestinesi: non solo per rivendicazioni indipendentiste e panarabiste, ma soprattutto contro l’autorizzazione della Gran Bretagna all’immigrazione ebraica. Numerosi infatti erano gli ebrei in fuga dalle persecuzioni in Europa, e il Regno Unito aveva fin da subito auspicato la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina.

Passano gli anni e scoppia la Seconda Guerra Mondiale: le antiche persecuzioni contro gli ebrei raggiungono l’apice con l’orribile catastrofe della Shoah, che al termine del conflitto lascia molti profughi. In queste circostanze, il movimento sionista attirano le simpatie dell’Occidente e vengono prese decisioni che cambiarono il corso della storia palestinese: innanzitutto, nel 1947 i britannici dichiarano che avrebbero rinunciato al mandato sulla Palestina. Infine, a novembre dello stesso anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota il Piano di partizione della Palestina, che sancisce la spartizione del territorio in due stati: uno ebraico, l’altro arabo.
Il piano suscitò scalpore tra i palestinesi, che non erano stati nemmeno interpellati e rifiutano categoricamente tali disposizioni. La situazione precipita e la Palestina viene scossa dalla guerra civile arabo-israeliana.

In queste disastrose circostanze avviene la Nakba: nel giugno 1948 le forze armate israeliane attaccano più di 400 villaggi palestinesi, radendoli al suolo per impedire il ritorno degli abitanti. Più di 700.000 persone lasciarono le proprie case: Nakba è una parola araba che significa “disastro”.

Tra i paesi attaccati c’è anche al-Birwa, dove vive Mahmoud Darwish. La sua famiglia, insieme a molte altre, decide di abbandonare la Palestina, certa che la situazione si sarebbe presto risolta come già era avvenuto in passato. Nulla di più lontano dalla verità: quando, dopo un anno trascorso in Libano, la famiglia Darwish torna in patria scopre che di al-Birwa sono rimaste solo macerie: il paese era stato letteralmente cancellato dalle mappe geografiche. Anche la Palestina ha cambiato nome: ora è lo “Stato di Israele”.
Del resto, anche il loro status è drasticamente mutato: non sono più liberi cittadini, bensì clandestini, ospiti illegali nella loro stessa patria.

“I luoghi in genere sono più persistenti del tempo. Il tempo scorre, ma il luogo resta fermo e immobile. Nel mio caso si sono spezzati sia il tempo sia il luogo. Quello che faccio è ricostruirli continuamente con la poesia.” dirà Mahmoud Darwish in un’intervista. E inizia a farlo fin da giovanissimo: scrive la sua prima raccolta a 19 anni. Tuttavia non si limita a scrivere: numerose sono state le sue letture di poesie in pubblico.
L’idea di leggere poesie in pubblico può forse sembrarci innocua, tuttavia nell’Israele degli anni ’60 si poteva finire in guai seri per questo: Mahmoud Darwish, per le sue letture, il suo attivismo e la sua presenza clandestina in Israele finisce in prigione 5 volte tra il 1965 e il 1970.

Una delle poesie che lo accompagnarono dietro le sbarre è “Carta d’Identità”, che, quando nel 1965 venne letta in un cinema di Betlemme, suscitò un vero e proprio tumulto tra la folla. E non a caso: la potenza di queste concise ma forti parole la resero subito una delle poesie più diffuse nel mondo arabo e ancora oggi è una delle opere più note di Darwish.

Vi propongo qui una mia traduzione dall’arabo:

Prendi nota!
Sono arabo,
carta d’identità numero cinquemila;
ho otto figli,
il nono nascerà alla fine dell’estate.
Questo ti fa arrabbiare?

Prendi nota!
Sono arabo,
lavoro con i miei compagni alla cava
e ho otto figli:
per loro estraggo pane,
vestiti e quaderni
dalle rocce.
Non chiedo l’elemosina alla tua porta,
non mi umilio sul selciato davanti a casa tua.
Questo ti fa arrabbiare?

Prendi nota!
Sono arabo,
un nome senza cognome.
Resto paziente in una terra nella quale tutti
vivono nell’ira.
Le mie radici sono spuntate
prima della nascita del tempo,
prima dell’inizio dell’epoca,
prima dei cipressi e degli olivi,
prima che l’erba crescesse.

Mio padre è della famiglia dell’aratro
non di una stirpe d’alto rango;
mio nonno era un contadino
senza nobili origini né sangue blu,
mi ha insegnato l’orgoglio del sole prima dell’alfabeto.
La mia casa è una capanna per guardiani
fatta di rami e di giunchi.
La mia posizione sociale ti rincuora?
Sono un nome senza cognome!

Prendi nota!
Sono arabo,
capelli neri,
occhi marroni.
Segni particolari:
kefiah in testa,
palmo ruvido come la roccia,
graffia chi lo sfiora.
Indirizzo:
vengo da un paese indifeso e dimenticato
con strade senza nomi
i cui abitanti sono tutti nei campi o in miniera.
Questo ti fa arrabbiare?

Prendi nota!
Sono arabo
ti sei preso il frutteto dei miei antenati
e la terra che ho coltivato
insieme ai miei figli;
non hai lasciato niente, né a noi né ai nostri discendenti,
tranne queste rocce:
ce le prenderà il vostro Paese, come si dice?!

Dunque!
Prendi nota in cima alla prima pagina:
io non odio la gente
e non invado nessuno
tuttavia…se sono affamato
mangio la carne del mio invasore.
Guardati…
Guardati…
da chi ha fame,
da chi è arrabbiato!

Per voi lettori curiosi, questo è il link della poesia in arabo letta da Dawish:

 

Ispirandosi ai formulari israeliani che i palestinesi si vedevano costretti a riempire, questa poesia lascia emergere il tema più caro a Darwish: la terra. Nelle sue opere cerca infatti di rievocare il suo Paese, ricco di orti e di ulivi coltivati dagli abitanti di paesi ormai distrutti. La fierezza per le proprie origini tratteggia i volti dei suoi familiari, tra cui il nonno, semplice contadino che ha insegnato al futuro poeta a scrivere.

Con le sue parole, Darwish incarna l’orgoglio e la rabbia di un’intera generazione; la sua tragedia personale è quella di un intero popolo: ogni palestinese più identificarsi nel fiero arabo dai capelli neri e dagli 8 figli. La semplicità delle sue parole esprime le emozioni che molti palestinesi provano ma non riescono ad esternare, come la miseria dell’esilio.

In seguitò Mahmoud Darwish verrà etichettato come “poeta della Palestina”, nonostante il suo desiderio di scrivere poesia nasca dal bisogno intimo di costruire uno spazio interiore nel quale poter ritrovare sé stesso. Verrà pure accusato di antisemitismo, nonostante anche in questa poesia sia evidente il contrario: “Mi accusano di odiare gli ebrei (…)di certo non sono un sostenitore, non ho motivo di esserlo, ma io non odio gli ebrei”.

Darwish lascia Israele nel 1970. Vi farà ritorno solo dopo 26 anni, durante i quali scrive più di 30 raccolte di poesie e vince numerosi premi letterali. Le sue opere vengono oggi tradotte anche in ebraico.

Muore a Huston nel 2008.

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